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Attualità
18.12.2011
Scambio prigionieri
Scambio prigionieri palestinesi: 550 fuori, 470 dentro

di Ika Dano

L’accordo per lo scambio di prigionieri firmato tra Hamas e il governo israeliano prevede la liberazione di 1027 prigionieri politici. Domani tocca ai rimanenti 550. Ma altri 470 sono stati arrestati dal primo scambio con il soldato Gilad Shalit.

Cinquecentocinquanta liberi contro 470 nuovi imprigionati. Questo il bilancio alla vigilia della seconda fase dell’accordo di scambio di prigionieri firmato due mesi fa tra Israele ed Hamas. Il 18 ottobre si era conclusa la prima fase, con la scarcerazione di 477 detenuti politici palestinesi in cambio della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit. Ma mentre i rimanenti 544 uomini e sei donne aspettano di essere rilasciati la sera di domenica 17, le carceri israeliane si sono riempite di nuovi 470 arrestati in due mesi, secondo quanto riferito dall’associazione palestinese Addameer.

Nessuno dei prigionieri da liberare è membro di Hamas o del movimento islamico della Jihad, né ha partecipato ad azioni armate di resistenza e non è neppure tra i veterani. I nomi sono stati scelti unicamente da Israele, dando la precedenza a prigionieri di Fatah, partito del presidente Abu Mazen. È questo quanto riferito all’agenzia Arabiya News da un ufficiale dell’esercito israeliano rimasto nell’anonimato.

Lo scorso 18 ottobre 477 palestinesi erano stati rilasciati. A condizione peró che non ci fossero né capi di Hamas, né leader quali Marwan Barghouti, del movimento Fatah – detenuto dal 2002 in Israele – e Ahmad Saadat del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, in prigione dal 2006. E a patto che 205 dei rilasciati non si ricongiungessero con le loro famiglie ma che fossero esiliati a Gaza o all’estero, pratica che viola la Convenzione di Ginevra.

Un destino che toccherà anche ad alcuni dei 550 prigionieri che domani dovrebbero tornare in libertà. Ma non solo la prospettiva della scarcerazione non implica per forza il ritorno a casa. C`é dell’altro a smorzare l’entusiasmo: dalla data del primo scambio, l’esercito israeliano ha lanciato un’ondata di arresti a tappeto in Cisgiordania, ri-riempiendo le celle lasciate vuote dai primi 477 con 470 nuovi prigionieri politici.

Le incursioni notturne dell’IDF nei Territori Occupati non sono inusuali, ma un numero tale in soli due mesi è notevole anche per le pratiche israeliane. Subito dopo lo scambio, nel mirino sono capitati centinaia di (presunti) membri o simpatizzanti di Hamas. Poi, si sono aggiunti numerosi uomini vicini ai movimenti di sinistra, soprattutto del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ritenuto come tutti gli altri partiti politici palestinesi, movimento terrorista, da Israele.

“Solo qui a Betlemme, nel campo profughi di Dheishe – che conta 10 000 abitanti distribuiti su un 1 Km² – nell’ultimo mese sono state arrestate 50 persone” ha racconta Emad, volontario in un centro culturale locale.

Grazie al mezzo della “detenzione amministrativa”, prorogabile a discrezione delle autorità israeliane in virtù della legge militare applicata a tutti i Territori, non si é tenuti ad addurre la ragione precisa dell’arresto, né specificare il capo di accusa. Com’é stato per Alam, padre di due bambini e gestore di un rinomato caffé di Jenin, prelevato da casa sua di notte. Qualche giorno dopo, la moglie ha scoperto che sarebbe stato in prigione senza processo, in detenzione amministrativa per sei mesi. Rinnovabili.

(Fonte: Nena News )


15.02.2011
Un CD gratuito con la storia della Palestina in immagini
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Il CD è ottenibile gratuitamente (spese di spedizione incluse) indicando il proprio recapito postale a:
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Il CD è esente da virus, Spam, pubblicità, inoltre non seguiranno aggiornamenti a pagamento.
La presentazione principale è scaricabile da:
http://www.homolaicus.com/storia/israele-palestina/israele-palestina.htm
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14.02.2011
Gaza, catastrofe umanitaria
10/02/2011


Rafah chiusa per i moti egiziani, la Striscia bombardata e privata di un magazzino medico chiave. Situazione sempre più grave.


Scritto per noi da Vittorio Arrigoni

Sotto l'effetto dell'ipnosi collettiva dell'intifada egiziana che al-Jazeera instancabilmente proietta da giorni in tutti i caffè della Striscia assediata, ho sognato ad occhi aperti sei milioni di arabi nella Palestina storica, marciare all'unisono compatti e pacifici verso una Gerusalemme liberata, per riprendersi i diritti umani violati da un Mubarak che parla ebraico.

Mentre condivido questa visione con alcuni amici, Hussein giochicchia a lungo con l'accendino fra le dita prima di accendersi la paglia fra le labbra, come a farla durare di più: dopo due settimane di blocco del mercato nero dei tunnel se i distributori di benzina sono a secco, il prezzo delle sigarette è già lievitato di un quarto.

"Hai visto che strage di vittime ha mietuto Mubarak? E pensa che ha dovuto limitarsi perché è la sua gente. Israele stenderebbe migliaia palestinesi in un solo giorno, se solo innescassimo una rivolta del genere". Hussein così razionalizza il mio auspicio di una rivoluzione palestinese sull'onda di quella non ancora doma in Egitto. Mahmoud, studente universitario come Hussein, incalzato da me, continua: "Già ci sono ribellioni non violente contro i nostri dittatori, a Nil'in e Bil'in, e anche qui a Gaza. E ogni volta finisco stroncate nel sangue con assoluta nonchalance. Con la scusa della lotta al terrorismo, del diritto alla difesa, guarda in che macerie hanno ridotto Gaza, e ancora ci strangolano."

Jamal è il più maturo seduto al nostro tavolo in un caffè del centro e condivide la tesi dei compagni di studio: "Netanyahu, a differenza di Mubarak, è riuscito a vendere a buona parte delle cancellerie internazionali e a rendere ineludibile ai grossi media la nostra oppressione, l'occupazione della Palestina e la pulizia etnica, come un male necessario per la sicurezza dello Stato d'Israele. Obama che adesso chiede le dimissioni di Mubarak, non muoverebbe un dito dinnanzi allo sfociare di fiumi di sangue innocente palestinese, puoi scommetterci".
Quando in tv trasmettono il discorso dell'attivista Wael Ghoneim in piazza Tahrir ribattezzata piazza Liberazione, contagiato dall'entusiasmo contesto il pessimismo dei tre amici palestinesi, ma da li a poche ore saranno degli spaventosi boati sopra la città a confermare la loro tesi a scapito della mia ingenuità.

Qualche minuto dopo la mezzanotte di martedì cacciabombardieri F16 israeliani hanno colpito tre aeree della Striscia: i tunnel di Rafah al confine dell'Egitto, un campo d'addestramento delle Brigate al Quds, braccio armato della Jihad Islamica, a Khan Younis, causando due feriti, e il quartiere Tuffah, nel Nord della Striscia, alle porte del campo profughi di Jabalia, esplosione che a causato il ferimento di dieci civili, fra i quali due donne e un bambino.

Nel bombardamento di Tuffah, è rimasta seriamente danneggiata una fabbrica tessile, una scuola e soprattutto è stato ridotto in cenere un magazzino di medicinali del ministero della Sanità.
Il magazzino, costruito su di una superficie di settecento metri quadrati, conteneva grandi quantitativi di medicinali e forniture mediche, molte della quali sopraggiunte all'interno della striscia di Gaza grazie alle donazioni delle delegazioni internazionali come Viva Palestina e Road to Hope.

Munir al-Barsh, direttore generale del dipartimento di farmacologia presso il ministero il ministero della Sanità ha spiegato come la distruzione del magazzino è destinata ad aggravare di molto il deficit del sistema sanitario della Striscia, già provato dalla carenza di 183 varietà di medicinali e 190 articoli di forniture mediche.
I pompieri hanno cercato invano di domare le fiamme fino a tarda mattinata.
La scuola adiacente al magazzino incenerito, frequentata da 625 studenti, ha dovuto chiudere per i danni subiti all'edificio.

Nonostante le continue denunce delle organizzazioni per i diritti umani Israele continua impunemente a violare il diritto internazionale in chiave di punizione collettive ad una popolazione civile, e con l'assedio imposto su Gaza a negare il diritto alla sanita' sancito dell'articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra.

In comunicato del Ministero della Sanita' si legge: "I pazienti continuano a morire per via dell'assedio: Hasan Hussein Bris, 52 anni, è l'ultimo malato di cancro deceduto perché Israele gli ha impedito ingiustificatamente di lasciare la Striscia per andare a curarsi in ospedali piu attrezzati."
Il malato curabile n. 379, deceduto perché incurabile nell'assedio criminale che chiude come in una bara la Striscia di Gaza.

La comunità internazionale che i primi giorni ha balbettato e ora si mobilita dinnanzi agli efferati crimini compiuti dalla polizia di Mubarak, appare sempre impegnata in una sorta di congiura del silenzio quando si tratta di marcare i crimini di guerra e contro l'umanità' dell'esercito israeliano.

Ora che per via della rivoluzione in corso in Egitto il valico di Rafah e'sigillato indefinitamente (ogni mese circa cinquecento pazienti palestinesi uscivano per farsi ricoverare negli ospedali egiziani) e che una scorta vitale di medicinali è stata distrutta dalle bombe, una catastrofe sanitaria nella Striscia e' prevedibile.

Lunedì il migliore amico israeliano di Roberto Saviano, il presidente Shimon Peres, si e' complimentato pubblicamente con il comandante in capo dell'esercito Gabi Ashkenazi.
Peres ha definito Ahsknazi, responsabile del massacro di Gaza "Piombo Fuso", dell'assalto alla Freedom Flotilla e di innumerevoli altri crimini di guerra come il bombardamento di martedì notte: "Il migliore Capo di Stato Maggiore della storia d'Israele." Il premio Nobel per la Pace assegnato al presidente israeliano non è Gomorra, è Sodoma. Restiamo Umani “Verrà il tempo in cui i responsabili dei crimini contro l’umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti in questo passaggio d’epoca, saranno chiamati a rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia, accompagnati dai loro complici e da quanti in Occidente hanno scelto il silenzio, la viltà e l’opportunismo.”
02.02.2011
Da Tunisi al Cairo, popoli lottano per disfarsi delle loro catene
Egitto: Un faccia a faccia drammatico
di Silvia Cattori, giornalista
http://www.silviacattori.net/
Quando, il 17 dicembre 2010, un giovane laureato tunisino, Mohamed Bouazizi, in preda alla disperazione si immola con il fuoco, dopo che un poliziotto aveva sequestrato le poche verdure che vendeva per sovvenire dignitosamente alle necessità della sua famiglia, chi avrebbe immaginato che il suo gesto andasse a sconvolgere il cuore di milioni di persone, accendere la Tunisia, condurre un mese più tardi alla fuga di Ben Ali ed alla caduta del suo regime, liberare popoli interi dai loro timori e condurli alla sommossa?
1 febbraio 2011

Bouazizi non è più di questo mondo. Non soffre più. Pace al suo cuore. Ma il suo sacrificio immenso ha aperto le porte della speranza a milioni di persone in paesi in cui l’orizzonte sembrava completamente incatenato. Gente che, in Algeria, in Giordania, nello Yemen, in Egitto, ha trovato in Bouazizi, nel suo gesto tragico, la forza di esprimere con coraggio la rabbia lungamente accumulata contro dirigenti vituperati…

Se questa rivoluzione - in procinto di compiersi - ha potuto spiegarsi con questa ampiezza straordinaria, è ovviamente perché, molto in molti paesi arabi il risentimento popolare accumulato contro regimi tirannici e corrotti è un barile di polvere che attendeva soltanto la scintilla per esplodere.

Milioni di persone nel mondo, che non sopportano l’ingiustizia e la ferocia delle loro società, hanno osservato con speranza, con preoccupazione [1], con ammirazione, queste raccolte di Egiziani sfidare, nonostante il timore, la stanchezza, i gas asfissianti, dei poliziotti in uniformi nere o in borghese, e riuscire, in alcuni giorni soltanto, a fare esitare il regime trentennale e brutale di Moubarak, il grande alleato di Israele.

In questo 30 gennaio 2011, tutti gli occhi sono voltati verso questi milioni di Egiziani che stanno sfidando il potere al Cairo, su Tahir Square, ed in altre città, trattenendo il fiato.

Sì, il mondo trattiene oggi il fiato. Poiché, dopo i sacrifici fatti - centinaia di morti, migliaia di feriti gravi - il regime di Moubarak, sostenuto militarmente dagli Stati Uniti, pensa di salvare i mobili nominando Omar Souleiman [2] come vicepresidente e possibile successore. Ma questa nomina è pregna di pericoli.

È tempo che i governi delle grandi potenze “democratiche” che sostengono questi regimi dittatoriali rendano i conti ai loro popoli. Poiché, senza il sostegno che è stato fornito loro, in nome della real politica, in nome della lotta contro “il pericolo islamico”, questi dittatori non avrebbero mai potuto regnare durante decenni e asservire i loro popoli.

Grandi potenze che, occorre ricordarlo, non hanno che solo ufficialmente la difesa dei diritti dell’uomo e “la democrazia” alla bocca, ma che si affrettano a liquidare la democrazia o metterla in quarantena quando non produce il risultato che conviene loro.

Come abbiamo visto nel 1992, quando l’esercito algerino, sostenuto da paesi occidentali, ha interrotto - con tutte le conseguenze penose che se ne sono seguite per il popolo algerino [3] - il processo elettorale che aveva visto il Fronte Islamico di Salvezza arrivare in testa del primo turno di legislatura del 26 dicembre 1991.

Come lo abbiamo visto con la messa in disparte di Hamas da parte di questi stessi governi occidentali, quando quest’ultimo ha guadagnato le elezioni legislative del 26 gennaio 2006 a seguito di uno scrutinio riconosciuto come perfettamente onesto.

Abbiamo visto, vediamo, tutto ciò svolgersi pieni di disgusto e di vergogna.

La rabbia è grande, anche in occidente, nel cuore della gente che non accetta di vedere l’autorità manipolare l’opinione e giornalisti mentire,sulle vere sfide del nostro tempo.

La propaganda che mira a suscitare il timore brandendo “la minaccia dell’integrismo islamico” non convince più. È per questo che coloro che vogliono comprendere quali sono le vere sfide, sanno attualmente andare a trovare informazioni non filtrate su Al-Jazeera o PressTV [4].

Oggi migliaia di persone nel mondo,comunicano, si impegnano in modo volontario per ricambiare la disinformazione e scrivere, tradurre, diffondere instancabilmente sul tessuto una contro-informazione. E lavorano di strappa piede per costruire reti di solidarietà con popoli imbavagliati e il loro motto: il vostro combattimento è nostro.

La gente non è fessa. Osservano con disgusto i propagandisti amici di Israele consegnarsi a manipolazioni per fuorviare l’opinione pubblica, gridare allo scandalo, come è accaduto nel giugno 2009, quando il presidente iraniano Ahmadinedjad è stato rieletto per un secondo mandato con il 62,6% dei suffragi espressi [5] e che il candidato, sostenuto da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna ha perso. Ma questi agitatori (come, in Francia, BHL e Alexandre Adler) e questi Stati in guerra contro il mondo arabo musulmano, non li abbiamo mai visti inciampare all’avviso dei punteggi enormi ottenuti da Hosni Moubarak in occasione delle sue rielezioni successive, né dinanzi alla manipolazione scandalosa delle elezioni legislative egiziane della novembre-dicembre 2010 [6].

Se gli Stati Uniti sono il principale aiuto finanziario e militare del regime di Hosni Moubarak - considerato con la Giordania come l’alleato più sicuro di Israele - la Francia non è da meno dall’arrivo all’Eliseo di Nicolas Sarkozy. In visita ufficiale al Cairo nel dicembre 2007 dichiarava:

“Vorrei inizialmente dire quanto sono felice di essere in Egitto, accanto al presidente Moubarak. È la nostra terza riunione, poiché l’avevo ricevuto a Parigi nel mese d’agosto, ho avuto occasione di avere una lunga intervista con lui a Charm el-Cheikh ed un’intervista oggi. Bernard Kouchner, ministro degli esteri, si è recato già due volte in Egitto. Questo per dire quanto la Francia considera il ruolo dell’Egitto essenziale ed il ruolo del presidente Moubarak capitale, non soltanto per le questioni della regione che conosce perfettamente ma per la questione essenziale per il futuro del mondo di un dialogo tra oriente e occidente che è una questione assolutamente fondamentale.

Vorrei dire al presidente Moubarak quanto apprezzo la sua esperienza, la sua saggezza e la visione moderata che è sua sulle grandi questioni dove privilegia il dialogo, il consenso, la riunione in una regione che ha bisogno di pace e che non ha bisogno di guerra. L’Egitto è, per la Francia, un partner essenziale ed il presidente Moubarak è, per noi, un amico. (…)

Mi sono sempre preso le mie responsabilità, sostengo un governo che lotta contro il terrorismo ed ho detto al presidente Moubarak che avevamo bisogno di dirigenti di grandi nazioni come la nazione egiziana che siano dirigenti moderati, non nel loro amore dell’Egitto, ma nella comprensione dei problemi della regione. La Francia sarà dalla parte di quelli che lottano contro il terrorismo e la barbarie. (…) ». [7]

Alla sua conferenza stampa dall’Eliseo nel gennaio 2008, Nicolas Sarkozy era stato ancora più chiaro: “Occorre aiutare il signor Moubarak in Egitto, (…) perché, chi li vuole in fondo, i fratelli musulmani? „ [8] Come per la Tunisia, la strategia che consiste nel suscitare il timore del “terrorismo” islamico, ha reso i dirigenti occidentali ciechi alla sofferenza ed alla reale aspirazione di libertà di questi popoli.

Non hanno visto nulla venire.

Non hanno capito che oggi, in numerosi paesi, molta gente non compera più i giornali, non da più nessuna fiducia ai giornali teletrasmessi, non è più neanche permeabile alla versione ufficiale della storia versata dai mass media dell’establishment e trovano su Internet un’informazione libera.

Tel-Aviv vuole credere alla sopravvivenza del regime di Moubarak: “Assistiamo ad un tremito di terra in Medio Oriente. Ma crediamo che il regime sia abbastanza forte e che l’Egitto supererà l’onda attuale di manifestazioni (…) È nell’interesse fondamentale dell’Egitto mantenere le sue relazioni privilegiate con l’occidente, ed il mantenimento della pace con Israele appare di conseguenza” dichiarava il ministro del governo Netanyahu che ha richiesto l’anonimato [9]. Ma, firma della sua inquietudine, Benjamin Netanyahou ha ora chiesto ai suoi ministri di non formulare osservazioni ai mass media su ciò che stava avvenendo in Egitto.

Tenuto conto dell’importanza principale dell’Egitto sulla scacchiera medio-orientale, e tenuto conto dei mezzi di repressione di questo regime che Israele ha in gran parte contribuito a rafforzare, per mezzo di un grande numero di consulenti e di agenti segreti, la prova di forza impegnata sarà, come si vede e si deplora, molto più dura di quanto lo è stata finora in Tunisia.

Poiché, come lo aveva ingenuamente riconosciuto il vice primo ministro Israeliano Silvan Shalom, “un mondo arabo democratico (…) sarebbe governato da un’opinione pubblica generalmente opposta ad Israele. » [10].

Silvia Cattori

30.10.2010
Palestina. Pulizia etnica e resistenza.
Zambon editore
35.- Euro

Contenuto
"'Palestina' è una documentazione testimoniale e fotografica, che si propone di offrire un quadro realistico degli avvenimenti noti come "conflitto israelo-palestinese" - definizione fuorviante e riduttiva. Al lettore vengono dati gli strumenti per leggere e interpretare una realtà che, quanto più viene approfondita, tanto più si dimostra in aperto contrasto con i miti fatti propri dall'immaginario collettivo europeo. Accanto alle testimonianze dei profughi palestinesi costretti a fuggire dalla loro terra, proponiamo quelle dei soldati israeliani che li hanno cacciati con la forza delle armi e le dichiarazioni dei dirigenti sionisti che hanno pianificato e diretto le operazioni di pulizia etnica.Un riconoscimento particolare va indirizzato ai "nuovi storici" israeliani che, con coraggio ed abnegazione, talvolta a prezzo dell'esilio, hanno accreditato una versione dei fatti in netto contrasto con quella ufficiale che fino ad ora era stata sostenuta soltanto da esigue minoranze di persone informate."
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24.09.2010
Cartoon di Alan Dalus
Netanyahu, Obama, Clinton:
"Noi tutti dobbiamo fare delle concessioni dolorose, Sig. Abbas!"
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13.09.2010
Cartoon di Alan Dalus
Trattative
Non è ora di togliere l'assedio a Gaza?
Non ancora, Hosni, mantieni il blocco...te ne siamo grati!
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02.09.2010
Cartoon di Alan Dalus
La ricetta del Dr. Benjamin Netanyahu per il successo delle trattative.

Netanyahu: "Naturalmente noi siamo sempre disposti a trattare. Ma - non so perchè - questi Palestinesi pongono continuamente delle condizioni irragionevoli…"
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09.07.2010
Cartoon di Alan Dalus
Riesci a leggere?
Forse c'è scritto "Liberate gli 11'000 prigionieri palestinesi!"
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01.07.2010
Cartoon da Alan Dalus
Eased Blockade on Gaza (???)
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16.06.2010
Nuova pubblicazione
Libro: PALESTINA, Pulizia etnica e resistenza
Collana “Crimini contro l’umanità"

PALESTINA, Pulizia etnica e resistenza
Zambon Editore 2010

>>>Download

ISBN 978-88-87826-51-7

Prossimamente il libro verrà pubblicato anche in tedesco.
02.06.2010
Israele e l'escalation
Perchè Israele è diventata un pericolo per l''umanità (e per se stessa)
di Sergio Cararo
La tempesta è in arrivo e della quiete non c'è alcuna avvisaglia. E’ questa l’impressione che molti osservatori stanno ricavando dalla situazione in Medio Oriente alla luce dell'azione di vero e proprio terrorismo di stato compita dalle forze speciali e dalla marina militare israeliana contro la flottiglia pacifista diretta a Gaza. Il pesante bilancio di morti e feriti tra gli attivisti internazionali provenienti da diversi paesi - ed in particolare dalla Turchia - privano le autorità di Tel Aviv di qualsiasi giustificazione, anche tra i governi che pure hanno brillato per la loro complicità con i crimini di guerra accumulati da Israele in questi decenni.

Molti sono i fattori che indicavano come le contraddizioni che si erano andate accumulando in uno dei principali teatri di crisi mondiali, abbiano tutte le potenzialità per creare “un incidente della storia” capace di inviare a tutto campo la sua onda lunga destabilizzante. La irrisolta questione palestinese appare oggi solo parzialmente responsabile ma fortemente ipotecata da questo scenario regionale.

Volendo schematizzare i problemi incancrenitisi nell’area possiamo indicare i seguenti:
1) Le difficoltà dell’amministrazione USA di Obama nell’esercitare ancora la propria egemonia sui processi politici nella regione. L’oltranzismo di Israele ha infatti depotenziato ogni ambizione della nuova amministrazione della Casa Bianca mentre l’effetto del discorso di Obama a Il Cairo si è già dissolto senza produrre alcun recupero di credibilità ideologica da parte degli USA nel mondo arabo e islamico;
2) La perdita israeliana dell’unico alleato nell’area ossia la Turchia. La nuova linea politica di Ankara rivela le sue ambizioni a giocare un ruolo regionale più attivo e meno subalterno. Allo stesso modo la crisi diplomatica tra Israele e Turchia ha congelato le possibilità di riaprire il negoziato con la Siria nel tentativo di staccarla dall’alleanza con l’Iran. Al contrario la recente iniziativa comune tra due paesi emergenti come Turchia e Brasile per dare soluzione alla crisi nucleare con l'Iran, ha rivelato ad Israele e alle potenze del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che oggi ci sono nuovi attori in campo a determinare le relazioni internazionali sia in Medio Oriente che nel mondo.
3) Si palesa il rischio sempre più concreto di un attacco militare israeliano e statunitense contro l’Iran (vedi l'invio dei sommergibili nucleari israeliani nel Golfo Persico) che ha tutte le potenzialità di estendersi ad un più devastante conflitto regionale con immediate conseguenze in Iraq e in Libano;
4) Lo stallo nel negoziato tra Israele e ANP e la cristallizzazione della spaccatura interpalestinese tra il governo di Ramallah e il governo di Gaza;
5) La perdita di credibilità dell’Egitto come paese leader del mondo arabo decisivo ai fini di un negoziato complessivo sugli assetti della regione. L’appiattimento egiziano ai diktat israeliani e USA (vedi il Muro al confine con Gaza e la complicità con l’assedio dei palestinesi nella Striscia) ne ha delegittimato la credibilità.

E’ evidente come un contesto regionale così compromesso poteva riattivizzarsi solo attraverso una svolta sul piano negoziale tra i palestinesi e Israele che riconsegni la centralità al ruolo degli USA oppure attraverso uno “scossone” ossia una escalation della tensione e della guerra che molti intravedono nell’ipotesi dell’attacco all’Iran o – in misura indiretta – con un nuovo attacco al Libano dove Hezbollah ha rafforzato molto sia sul suo peso politico entrando nel governo di unità nazionale sia – e non un dettaglio – le sue capacità militari.
Quello che è certo, è che dentro questa situazione, la questione palestinese è tornata ad essere un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro (e di fuoco) della regione mediorientale. Per le forze che in questi anni hanno sviluppato una intensa mobilitazione al fianco della resistenza palestinese – pur mantenendo la propria iniziativa contro l’apparato coloniale sionista - è quantomeno tempo di affinacare alla insostituibile azione si sostegno alla resistenza palestinese anche una riflessione più ampia su quanto sta accadendo e potrebbe accadere in Medio Oriente.
La soluzione dei “due popoli due stati” come soluzione per il conflitto in Palestina non solo si è rivelata un tragico inganno e una proposta resa impraticabile dalla realtà sul campo, ma è una ipotesi che andrebbe a legittimare proprio l’idea di uno “stato ebraico” in Israele eventualmente separato da un possibile “stato islamico” palestinese. In sostanza sarebbe la negazione di tutto il processo di autodeterminazione nazionale perseguito in questi decenni dalle forze più avanzate dello schieramento palestinese. Appare più convincente ed anche più coerente l’ipotesi dello Stato Unico per tutti coloro che abitano sul territorio della Palestina storica indipendentemente ed anzi in contrasto con ogni discriminazione di tipo religioso o etnico. Questa consapevolezza sembra ricominciare ad emergere come sbocco possibile in ambiti crescenti (seppur ancora minoritari) del movimento progressista palestinese e israeliano e viene percepita come seria minaccia dai gruppi sionisti e dalle autorità israeliane. In questo senso appare inevitabile che anche nella sinistra europea si riprenda e si approfondisca la lotta politica e culturale contro il sionismo inteso come progetto coloniale e apparato ideologico fondativo dell’occupazione israeliana della Palestina.
In attesa che le soggettività politiche del popolo palestinese avvino un processo di rottura effettiva con la politica perseguita da Oslo in poi, occorre auspicare ed agire per sostenere – così per come può esprimersi qui ed ora - la resistenza attiva contro la crescente occupazione coloniale dei Territori Palestinesi, contro il rafforzamento del sistema di apartheid verso i palestinesi del ’48 residenti in Israele e porre con la dovuta forza la questione del diritto al ritorno dei profughi dei campi nella diaspora.
La dimensione internazionale del sostegno alle forze che animano la resistenza popolare palestinese appare decisiva. I fatti ci indicano che ciò che l’apparato coloniale sionista al momento teme di più sono proprio le campagne internazionali (come la campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) o le iniziative come la marcia e poi la flottiglia Free Gaza. Non è un caso che la repressione israeliana in questa ultima fase si fosse abbattuta più pesantemente contro gli attivisti palestinesi e israeliani attivi in queste campagne o contro giornalisti e attivisti internazionali attivi nei Territori Palestinesi.
L’apparato coloniale israeliano è forte sul terreno del controllo militare del territorio ma estremamente vulnerabile nel contesto regionale e internazionale. Israele ed i suoi apparati ideologici di stato temono enormemente la perdita di immagine positiva nel mondo (soprattutto in quello occidentale) e sono consaevoli soprattutto come stiano perdendo la "guerra delle parole" in quanto gran parte dell'umanità non crede e non si accontenta più dei luoghi comuni ampiamente diffusi in questi anni (l'unica democrazia in Medio oriente, il mufti di Gerusalemme alleato dei nazisti, la sicurezza di un paese minacciato etc.). L'isolamento regionale e poi quello internazionale di Israele stanno portando la sua impresentabile leadership sull'orlo di una crisi di nervi. Paradossalmente nasce da questa consapevolezza sia la debolezza che la pericolosità delle scelte che ha davanti l’establishment israeliano nel suo rapporto con se stesso e con il resto dell'umanità.
31.05.2010
Pirateria
Dichiarazione dell'Associazione Svizzera Palestina

Atto di pirateria dello stato di Israele
L’Associazione Svizzera Palestina condanna il brutale atto di pirateria dell’esercito israeliano contro un’imbarcazione della flottiglia internazionale. Israele non esita ad attaccare e assassinare dei civili pacifici che vogliono portare aiuti umanitari alla popolazione di Gaza.
Israele persevera nella sua deliberata politica di affamare la popolazione della Striscia di Gaza: si tratta di un crimine contro l’umanità, come l’ha ben dimostrato il rapporto Goldstone voluto dall’ONU.
L’Associazione Svizzera Palestina esige dal Consiglio federale che il nostro Governo si distanzi chiaramente da questo atto di pirateria israeliano e che esiga l’immediata levata dell’assedio di Gaza.
L’Associazione Svizzera Palestina è fermamente a fianco dei coraggiosi attivisti della flottiglia di aiuto a Gaza.

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Opinione dell’Associazione Svizzera Palestina, gruppo Ticino
Chi li ferma?
Chi crede che ci sono solo i pirati somali o malesi deve aggiornarsi; l’attacco israeliano, in acque internazionali, contro 6 navi che portavano aiuti umanitari a Gaza è una palese violazione del diritto internazionale. Siamo di fronte all’ultimo esempio di non rispetto del diritto internazionale da parte d’Israele. Il Comitato internazionale della Croce Rossa ha a più riprese denunciato le violazioni di diverse disposizioni di questo diritto come la creazione delle colonie israeliane nei territori occupati, la distruzione di case, il non rispetto delle attività mediche: si tratta di violazioni della IV Convenzione di Ginevra. Amnesty International nel suo rapporto annuale 2010 parla di crimini di guerra commessi da Israele durante l’operazione “Piombo fuso”, dell’uso di armi al fosforo bianco in zone densamente abitate, delle detenzioni senza processo, della distruzione di case e dell’esproprio di terreni palestinesi a favore dei coloni israeliani, degli ostacoli posti ai palestinesi per l’accesso all’acqua … Di fronte a queste violazioni del diritto internazionale la comunità internazionale si limita a proteste verbali o rimane indifferente. Basti ricordare che la costruzione del Muro venne condannata dalla Corte internazionale di Giustizia, ma Israele prosegue imperterrito nella sua costruzione. Che fare di fronte all’impunità di cui gode Israele? Come consumatori possiamo boicottare i prodotti israeliani: per esempio Soda Club o le patate novelle che provengono in gran parte da Israele. A livello governativo occorre invece interrompere la collaborazione militare tra Svizzera e Israele.
16.04.2010
Protesta a Gaza contro l'esecuzione di due cittadini condannati per tradimento
L'ASP si associa alla protesta del Centro palestinese per i diritti umani (PCHR) di Gaza e denuncia fermamente l'esecuzione, in una prigione di Gaza, di due palestinesi accusati di collaborazione al servizio di Israele. La pena di morte viola il diritto alla vita e rappresenta una forma di tortura e di trattamento crudele e inumano. L'esperienza di tutti i paesi mostra che la pena di morte non costituisce un deterrente per prevenire questi crimini.

L'ASP ritiene che le autorità elette hanno l'obbligo di punire tali crimini a Gaza, ma rispettando gli standard internazionali in materia di inchiesta, di procedura e di giustizia.

Come il PCHR, anche l'ASP fa riferimento alla campagna su scala mondiale contro la pena di morte e appoggia gli sforzi delle organizzazioni palestinesi per la sua abolizione.
14.03.2010
Israele in bianco e nero
Claudio Rossetti parla del suo viaggio in Palestina e Israele
Israele in bianco e nero
di Claudio Rossetti
Dir. Fondazione Monte Verità Ascona
(Pubblicato dal giornale Laregioneticino del 13.03.2010)

I ricordi legati a questa nazione sono principalmente in bianco e nero: la sua fondazione nel 1948, la guerra dei sei giorni, ma pure le drammatiche immagini delle operazioni militari a Gaza lo scorso anno. Un’ombra offusca da sempre il sole, simbolo della felicità, della coesione e della pace. Non voglio ripercorrere la lunga e travagliata storia di questa nazione, caratterizzata da guerre, repressioni, negoziati e trattati internazionali non rispettati. No, voglio raccontarvi della mia esperienza vissuta in questi giorni durante il viaggio a Gaza e nei cosiddetti Territori occupati. Una trasferta in un lembo di terra disgraziato, città e intere zone circondate da un muro alto sette metri dove la sopravvivenza è l’unico obiettivo per milioni di abitanti.

Gaza, si sa, rappresenta una Guatanamo del Medio Oriente con l’unica differenza che rinchiusi, assieme ad un piccolo gruppo di terroristi, vi sono famiglie, donne, uomini e bambini. Non intendo però parlarvi di fatti diffusi largamente dai media in tutto il mondo, preferisco sollevare alcuni quesiti relativi e fatti meno conosciuti che mi hanno turbato profondamente. In particolare durante il soggiorno in Israele e in Palestina mi sono accorto dell’esistenza, pur mascherata, di chiari indizi di discriminazione razziale. Certamente essa non è dichiarata apertamente, ma in atto negli ambiti più disparati. Per esempio Mustafa, studente universitario nella città di Ebron, mi ha svelato che ai palestinesi è vietato l’accesso ad alcuni locali frequentati da giovani ebrei. Le guardie appostate all’entrata, senza troppi scrupoli, fanno capire chiaramente di stare alla larga dal bar oppure dalla discoteca. Un’imprenditrice di Betlemme aggiunge che difficilmente i tecnici della compagnia telefonica nazionale si avventurano nel suo quartiere arabo per l’attivazione di un servizio e la stessa zona non è considerata nel piano di consegna dei mobili di una grande mobilificio internazionale. Poi c’è la storia di una diplomatica, tanto per sottolineare che nessuno è escluso da questo trattamento, che è morta perché persino l’ambulanza aveva delle preferenze nella scelta delle aree di attività. Aggiungo, la poveretta è morta perché i soccorsi non l’hanno raggiunta nel quartiere arabo. Potrei aggiungere i sassi che i ragazzi israeliani lanciano sugli scolaretti arabi. Triste, pensavamo di aver lasciato l’apartheid alle nostre spalle, un incubo terminato con la liberazione di Nelson Mandela. Mi direte che si tratta di casi isolati: purtroppo non è vero. Vi potrei citare l’esempio del mio autista che ha preferito aspettarmi in auto, anziché entrare in una stazione di servizio. Non è un posto per arabi come me, ha detto con malinconica convinzione. Durante il mio viaggio nei Territori occupati mi sono accorto di un’altra forma di discriminazione razziale: la costruzione a macchia di leopardo di nuovi insediamenti, grandi villaggi dormitorio, voluta dai coloni e promossa dal governo centrale con aiuti e sussidi. Anche in questo caso l’accesso agli arabi è precluso e questi villaggi, oltre ad essere una componente di una strategia di occupazione del territorio, sono pure la chiara prova di una politica di segregazione razziale. Un’altra esperienza in questo senso l’ho vissuta al checkpoint di Ramallah: non ho mai passato un valico dove la chiara intenzione era così dichiaratamente denigratoria. Mi sono sentito profondamente offeso dai metodi applicati, dall’assenza di personale (tutto avviene attraverso ordini trasmessi da altoparlanti) e dalla volontà da farti sentire decisamente inferiore.

In Europa abbiamo l’impressione che tutte queste misure siano giustificate dalla lotta al terrorismo e dalla necessità di garantire la sicurezza. Vi dico che quanto ho vissuto nei miei spostamenti va ben oltre a quelle che sarebbero comprensibili e giustificate esigenze. A mio avviso sono la conferma che l’Occidente si lascia abbindolare e fuorviare dalle giustificazioni del governo di Tel Aviv. La realtà è invece che questo governo applica una politica di chiara sottomissione del popolo palestinese con l’obiettivo di portarlo allo stremo. Una prova lampante di questa situazione è rappresentata da Gaza, città simbolo della repressione e della segregazione. Vi assicuro che la vita qui è pura sopravvivenza e dipendenza dalla benevolenza della comunità internazionale che con i suoi aiuti tiene in vita una popolazione di un milione e mezzo di persone. Una drammatica situazione di ‘bianco e nero’, di separazione razziale, di provocazione. Per arrivare al ‘colore’, basterebbe riconoscere che le persone vanno rispettate, questo soprattutto per evitare che nei giovani si radichi l’odio più profondo, sentimento che non fa che alimentare il conflitto. Poi, ricordiamoci quanto ci insegna la storia: i regimi razziali, il Sudafrica per esempio, a un certo punto trovano la propria fine in una dinamica di equilibri. E questo potrebbe da un momento all'altro e i muri, si sa, possono cadere.


11.03.2010
La Svizzera chiede che venga posta fine alla colonizzazione israeliana
La Svizzera chiede che venga posta fine alla colonizzazione israeliana
10.03.2010

Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) è estremamente preoccupato per l’annuncio del governo israeliano di autorizzare la costruzione di 1600 nuovi alloggi in un insediamento colonico sul Territorio palestinese occupato di Gerusalemme Est. Il DFAE chiede al governo israeliano di non procedere alla costruzione di questi alloggi e di porre fine a ogni forma di colonizzazione del Territorio palestinese occupato.


Il DFAE segue con preoccupazione gli eventi in corso a Gerusalemme Est e deplora il fatto che il governo israeliano abbia dato il suo accordo alla costruzione di 1600 nuovi alloggi nell'insediamento colonico di Ramat Shlomo, sul Territorio palestinese occupato di Gerusalemme Est. Il DFAE chiede al governo israeliano di non procedere alla costruzione di questi alloggi. Gerusalemme Est è parte integrante del Territorio palestinese occupato.

La Svizzera ritiene che la colonizzazione israeliana nel Territorio palestinese occupato costituisca una violazione del diritto internazionale umanitario, che vieta alla potenza occupante di trasferire una parte della propria popolazione civile in un territorio occupato. Sul piano del diritto internazionale gli insediamenti colonici sono illegali.

Questa decisione israeliana è in contraddizione con la volontà espressa da Israele di impegnarsi nuovamente in un nuovo processo negoziale volto a favorire la pace. Essa ipoteca il rilancio dei colloqui di pace sotto gli auspici dell'amministrazione americana. La Svizzera ritiene che la continuazione della colonizzazione sia incompatibile con un processo di pace che persegue una soluzione globale e duratura del conflitto israelo-palestinese.

La Svizzera esorta le parti a perseverare nel loro impegno per una soluzione pacifica e ad astenersi da qualsiasi decisione suscettibile di aggravare le tensioni, in particolare in relazione ai luoghi santi situati nel Territorio palestinese occupato.

Dipartimento federale degli affari esteri

http://www.eda.admin.ch/eda/it/home/recent/media/single.html?id=32179
01.03.2010
Firmate l'appello al governo svizzero
Appello al governo svizzero: Gaza, Rapporto Goldstone, ecc.
>>> Firmate l'appello qui:
www.gazafreedommarch.ch

14.11.2009
Amnesty international
Rapporto sull'acqua
Israele/T.O., rapporto Amnesty: Israele raziona l'acqua ai palestinesi
Comunicati Stampa
Scritto da Amnesty International
Martedì 03 Novembre 2009 11:42
...mantenendo il controllo totale delle risorse idriche comuni e mettendo in atto politiche discriminatorie, concepite per limitare la disponibilita’ di acqua e impedire lo sviluppo di infrastrutture idriche operative nei Territori palestinesi occupati.

‘Israele consente ai palestinesi di accedere solamente a una piccola parte delle risorse idriche comuni, che si trovano per la maggior parte nella Cisgiordania occupata, dove invece gli insediamenti illegali dei coloni ricevono forniture praticamente illimitate. A Gaza il blocco israeliano ha reso peggiore una situazione che era gia’ terribile’ - ha dichiarato Donatella Rovera, ricercatrice di Amnesty International su Israele e i Territori palestinesi occupati.

In un nuovo approfondito rapporto, Amnesty International mostra fino a che punto le politiche e le pratiche israeliane negano ai palestinesi il loro diritto all’accesso all’acqua. Israele utilizza piu’ dell’80 per cento dell’acqua della falda montana, la maggiore riserva idrica del sottosuolo dell’area, e limita l’accesso dei palestinesi al solo 20 per cento. La falda montana e’ l’unica risorsa per i palestinesi della Cisgiordania, mentre è solo una delle tante a disposizione d’Israele, che tiene per sè tutta l’acqua disponibile del fiume Giordano.

Mentre il consumo giornaliero di acqua dei palestinesi raggiunge a malapena i 70 litri a persona, quello degli israeliani è superiore a 300 litri, quattro volte di più. In alcune aree rurali i palestinesi sopravvivono con solamente 20 litri al giorno, la quantità minima raccomandata per uso domestico in situazioni di emergenza. Da 180.000 a 200.000 palestinesi che vivono in comunità rurali non hanno accesso all’acqua corrente e l’esercito israeliano spesso impedisce loro anche di raccogliere quella piovana. Al contrario, i coloni israeliani, che vivono in Cisgiordania in violazione del diritto internazionale, hanno fattorie con irrigazioni intensive, giardini ben curati e piscine: 450.000 coloni israeliani utilizzano la stessa, se non una maggiore quantita’ d’acqua, rispetto a 2.300.000 palestinesi.

Nella Striscia di Gaza, il 90-95 per cento dell’acqua dell’unica risorsa idrica presente, la falda acquifera costiera, è contaminato e inutilizzabile per uso domestico. Inoltre, Israele non permette il trasferimento di acqua della falda acquifera montana della Cisgiordania verso Gaza. I rigorosi divieti, imposti negli ultimi anni da Israele all’ingresso a Gaza di materiali e apparecchiature necessari per lo sviluppo e la riparazione di infrastrutture, hanno causato un ulteriore deterioramento dell’acqua e della situazione sanitaria, che a Gaza ha raggiunto un livello drammatico.

Per far fronte alla carenza d’acqua e alla mancanza di impianti di distribuzione, molti palestinesi sono costretti ad acquistare acqua dalle cisterne mobili, spesso di dubbia qualita’ e a un prezzo maggiore. Altri ricorrono a varie misure per risparmiarla, pericolose per la salute loro e delle loro famiglie e che ostacolano lo sviluppo socio-economico.

‘In oltre 40 anni di occupazione, i divieti imposti da Israele all’accesso all’acqua dei palestinesi hanno impedito lo sviluppo di infrastrutture e di servizi idrici nei Territori palestinesi occupati, negando cosi’ a centinaia di migliaia di persone il diritto di vivere una vita normale, di avere cibo a sufficienza, una casa, la salute e sviluppo economico’ - ha dichiarato Donatella Rovera.

Israele si e’ appropriato di vaste aree delle terre palestinesi ricche di acqua, occupandole e vietando l’accesso ai palestinesi. Ha inoltre imposto un complesso sistema di permessi che i palestinesi devono ottenere dalle forze armate e da altre autorita’ israeliane per portare avanti progetti idrici nei Territori palestinesi occupati. Tali richieste sono spesso rifiutate o subiscono lunghi rinvii. I divieti imposti da Israele al movimento di persone e beni inaspriscono ulteriormente le difficolta’ che i palestinesi devono affrontare quando cercano di portare a termine progetti idrici e sanitari o anche solo quando vogliono distribuire piccole quantita’ di acqua.

Il fatto che le cisterne siano costrette ad allungare il percorso per evitare i posti di blocco dell’esercito israeliano e le strade vietate ai palestinesi, determina un eccessivo aumento del prezzo dell’acqua. Nelle zone rurali, i contadini palestinesi lottano Quotidianamente per procurarsi abbastanza acqua per i loro bisogni primari, in quanto l’esercito israeliano spesso distrugge o confisca le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana destinata all’irrigazione. Invece, nei vicini insediamenti israeliani, gli impianti irrigano i campi sotto il sole di mezzogiorno, quando buona parte dell’acqua si perde evaporando persino prima di raggiungere il suolo.

In alcuni villaggi palestinesi, poiche’ non hanno accesso all’acqua, i contadini non riescono a coltivare la terra ne’ a produrre piccole quantita’ di cibo per il loro sostentamento o come mangime per gli animali e sono quindi costretti a ridurre la quantità dei capi bestiame.

'L’acqua è un bene e un diritto fondamentale ma avere una quantità d’acqua anche minima e di cattiva qualità è diventato un lusso che molti palestinesi possono a malapena permettersi' - ha commentato Rovera.
‘Israele deve porre fine alle sue politiche discriminatorie, abolire immediatamente tutti i divieti che impone ai palestinesi per l’accesso all’acqua, assumersi la responsabilita’ di affrontare i problemi che ha creato e accordare ai palestinesi un’equa ripartizione delle risorse idriche comuni’.

Ulteriori informazioni: Questo nuovo rapporto fa parte della campagna globale ‘Io pretendo dignita’’, lanciata da Amnesty International nel maggio di quest’anno per chiedere la fine delle violazioni dei diritti umani che creano e acuiscono la poverta’. La campagna sta mobilitando persone di ogni parte del mondo per pretendere che i governi e le aziende ascoltino la voce di coloro che vivono in poverta’ e rispettino i loro diritti.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 27 ottobre 2009

Il rapporto Israel/Occupied Palestinian Territories: Demand Dignity:
Troubled waters - Palestinians denied fair access to water e’ disponibile all’indirizzo:
http://www.amnesty.org/en/news-and-updates/report/israel-rations-palestinians-trickle-water-20091027


01.11.2009
6 risposte concernenti il rapporto Goldstone
Le dichiarazioni di Desmond Travers, uno dei 4 esperti che hanno stilato il rapporto Goldstone
Guerra di Gaza – sei risposte
agli interrogativi sul rapporto Goldstone

Il rapporto Goldstone sui presunti crimini di guerra commessi a Gaza ha suscitato dure polemiche in Israele e a livello internazionale, ma le discussioni sono scarsamente entrate nel merito dei risultati espressi da questa relazione. Nella seguente intervista, il giornalista americano Ken Silverstein pone alcune domande specifiche ad uno dei membri della missione ONU che ha prodotto il rapporto Goldstone.
di Ken Silverstein

Desmond Travers è stato uno dei quattro membri della missione investigativa delle Nazioni Unite sul conflitto di Gaza, che ha prodotto il controverso rapporto Goldstone. Travers è un ex colonnello dell’esercito irlandese. Il suo ultimo incarico è stato come comandante del suo collegio militare. Egli è stato anche al comando delle truppe delle Nazioni Unite in varie missioni di sostegno alla pace. Recentemente ho parlato telefonicamente con Travers in merito al rapporto Goldstone:

1. È rimasto sorpreso dalle critiche al rapporto?

C’erano un sacco di critiche anche prima che il rapporto uscisse, soprattutto a livello individuale, ed in particolare contro il giudice Richard Goldstone. Così, non siamo stati troppo sorpresi dalla lamentele quando il rapporto è stato pubblicato, fatta eccezione per l’intensità e la cattiveria degli attacchi personali. Il giudice Goldstone ha pubblicamente invitato le voci critiche, soprattutto in seno al governo degli Stati Uniti, a farsi avanti con prove sostanziali riguardo a eventuali dichiarazioni inesatte o imprecise. Ma non vi è stata alcuna critica credibile del rapporto in sé, o delle informazioni in esso contenute.

2. Douglas Griffiths, il delegato americano al Consiglio dei diritti umani, ha detto: “Mentre il giudice Goldstone ha riconosciuto i crimini di Hamas, esaminando la reazione di Israele non è stato dato sufficiente peso alle difficoltà che si incontrano nel combattere contro questo tipo di nemico, in questo ambiente”. È una critica corretta?

Sono stato un soldato per 42 anni e rifiuto questa critica, che sembra intesa a scusare presunte violazioni israeliane delle leggi di guerra. Sono andato in pensione con il grado di colonnello dell’esercito irlandese nel 2001, dopo aver servito nelle zone di guerra a Cipro, in Libano, in Bosnia e in Croazia, e non avrei potuto sottovalutare le difficoltà del combattimento in aree urbane. Inoltre, mai gli eserciti hanno avuto le comodità tecnologiche di cui dispongono oggi, quando si tratta di colpire gli obiettivi senza infliggere danni collaterali.

3. Qual è il suo parere sulla reazione americana complessiva di fronte al rapporto?

L’amministrazione Obama ha detto che Israele dovrebbe svolgere un’indagine sulle proprie azioni, e questa è una dichiarazione di enorme importanza, se viene fatta dagli Stati Uniti. Dal punto di vista della missione investigativa, il messaggio principale del rapporto è che bisogna porre fine all’impunità nel commettere crimini di guerra.

4. Le voci critiche hanno anche detto che Hamas ha deliberatamente mischiato i suoi combattenti ai civili, e che così facendo ha aumentato il bilancio delle vittime civili. Ha trovato conferme su questo?

Non abbiamo trovato alcuna prova che Hamas abbia usato i civili come ostaggi. Mi aspettavo di trovare tali prove, ma non è stato così. Non abbiamo neanche trovato alcuna prova che le moschee siano state utilizzate per stoccare munizioni. Tali accuse riflettono la percezione occidentale, diffusa in alcuni ambienti, che l’Islam sia una religione violenta. Gaza è densamente popolata ed è un labirinto di baracche improvvisate, con un sistema di tunnel e di bunker. Se fossi un miliziano di Hamas, una moschea sarebbe l’ultimo posto in cui metterei delle munizioni. Non è sicura, è molto visibile, e probabilmente sarebbe colpita preventivamente dall’aviazione israeliana. Ci sono molti luoghi migliori per conservare le munizioni. Abbiamo esaminato due moschee distrutte – in una delle quali sono stati uccisi dei fedeli – e non abbiamo trovato alcuna prova che sia stata usata in altro modo che come luogo di culto.

Vi è la convinzione sinistra e sciocca, presso alcuni teorici delle tattiche anti-guerriglia, che combattere una rivolta significhi inevitabilmente uccidere dei civili. Ma se si dà allo Stato l’autorità di colpire in maniera indiscriminata la vita dei civili nel perseguire gli insorti, ciò va a vantaggio di questi ultimi. I cadaveri portano acqua al mulino degli insorti: se i morti sono tra le tue file, rappresentano una vittoria per gli insorti, e se i morti sono tra i civili, a quel punto gli insorti hanno dei martiri.

5. Qual è la sua opinione riguardo all’affermazione di alcuni ufficiali israeliani secondo cui le Forze di Difesa Israeliane sarebbero l’esercito più “morale” del mondo?

Data la tattica, le armi utilizzate e gli obiettivi scelti in maniera indiscriminata, penso che questa sia una affermazione dubbia.

6. Quali altre questioni ritiene che debbano essere affrontate?

Siamo rimasti turbati dal livello di tossicità e distruttività delle armi utilizzate a Gaza, alcune delle quali sono state negli arsenali occidentali fin dalla Guerra Fredda, come il fosforo bianco, che ha incenerito 14 persone, compresi diversi bambini, in un solo attacco; come le fléchette, piccole frecce metaliche che sono progettate per ruotare dopo essere entrate nella carne umana, al fine di provocare il massimo danno, in violazione della Convenzione di Ginevra; e come i proiettili al tungsteno e le munizioni al DIME (Dense Inert Metal Explosive ), che contengono polvere di tungsteno, altamente cancerogeno. Vi è anche un intero cocktail di altre munizioni problematiche che si sospetta siano state usate.

Ci sono un certo numero di altre questioni post-belliche nella Striscia di Gaza, che devono essere affrontate. La terra sta morendo. Ci sono depositi tossici di tutte le munizioni che sono state lanciate. Ci sono seri problemi con l’acqua, il suo impoverimento e la sua contaminazione. Vi è un’alta percentuale di nitrati nel suolo che è particolarmente pericolosa per i bambini. Se questi problemi non vengono affrontati, Gaza potrebbe non essere nemmeno abitabile secondo le norme dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ken Silverstein è un giornalista americano; ha lavorato come giornalista investigativo per il Los Angeles Times, occupandosi di questioni come la cooperazione a livello di intelligence tra la CIA e governi controversi come quello sudanese e quello libico

Harper's Magazine, 29 ottobre 2009
http://www.harpers.org/
http://www.medarabnews.com/
25.10.2009
Israele e il diritto all'autodifesa
Rapporto Goldstone
Il nostro diritto esclusivo all'autodifesa

La vicenda della relazione Goldstone, che ha investigato per conto dell’ONU sui crimini di guerra commessi a Gaza in occasione dell’operazione “Piombo fuso”, ha in buona parte determinato in Israele un compattamento dell’opinione pubblica contro le accuse provenienti dall’esterno. Tuttavia, non sono mancate alcune voci critiche, come questo insolito articolo apparso sul quotidiano conservatore Jerusalem Post, a firma di Larry Derfner

Praticamente tutta Israele sta ora parlando a una sola voce contro la relazione Goldstone, contro qualsiasi tentativo di incolparci per la guerra di Gaza. Abbiamo affinato al massimo il nostro messaggio e, ispirati dalla performance del primo ministro Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite, lo stiamo trasmettendo con il giusto tono di sdegno:

Come può osare qualcuno negarci il diritto all’autodifesa! Come può osare negarci il diritto di combattere contro il terrorismo!

Suona bene. Mette chiunque altro sulla difensiva. Il diritto all’autodifesa è elevato al massimo grado, come la mamma e la torta di mele – chi si permetterà di esprimersi contro di esso, soprattutto se riguarda noi, Israele, gli ebrei, il popolo della Shoah?

Il diritto all’autodifesa – perfetto.

Ma vorrei chiedere: i palestinesi hanno anch’essi il diritto all’autodifesa?

Probabilmente non lo ammettiamo a voce alta, ma nella nostra testa ci diciamo – ancora una volta, a una sola voce – “No!”

Questa è la nozione che ha Israele di un trattamento equo: siamo in diritto di fare quello che diavolo ci pare ai palestinesi, perché, per definizione, qualunque cosa facciamo a loro è autodifesa. Essi, tuttavia, non hanno il diritto di alzare un dito contro di noi perché, per definizione, qualunque cosa facciano a noi è terrorismo.

E’ così che è sempre andata, è così che è andata con l’operazione “Piombo Fuso”.

E non ci sono limiti al nostro diritto all’autodifesa. Non esiste nulla di “sproporzionato”. Possiamo assediare Gaza, possiamo rispondere ai razzi Qassam con gli F-16 e con gli Apache, possiamo prendere cento occhi per un occhio.

Possiamo deliberatamente distruggere migliaia di case di Gaza, il parlamento di Gaza, il Ministero della Giustizia, il Ministero degli Interni, i tribunali, l’unico stabilimento che a Gaza produce farina, il principale stabilimento che produce pollame, l’impianto di depurazione, i pozzi d’acqua e Dio sa cos’altro.

Deliberatamente.

Dopo tutto, stiamo agendo per autodifesa. Per definizione.

E con quale diritto i palestinesi devono difendersi da tutto questo?

Nessun diritto.

Perché? Perché noi siamo meglio di loro. Perché noi siamo una democrazia e loro sono un mucchio di islamo-fascisti. Perché la nostra è una cultura della vita e la loro è una cultura di morte. Perché loro sono qui per distruggerci, mentre tutto quello che stiamo dicendo noi è di dare una possibilità alla pace.

Uno sguardo alle rovine di Gaza dovrebbe rendere tutto questo abbastanza evidente.

Ecco la nostra idea del “diritto di guerra”: quando i bulldozer israeliani sono andati al di là del confine, nei villaggi di Gaza, e hanno spianato casa dopo casa, in modo che Hamas non avrebbe potuto usarle come rifugio una volta che le Forze di Difesa Israeliane se ne fossero andate, quella è stata legittima difesa. Ma se un ragazzo palestinese che viveva in una di quelle case ha scagliato un sasso contro uno dei bulldozer, quello è terrorismo.

I Goldstone del mondo chiamano tutto ciò ipocrisia, l’uso di due pesi e due misure. Ma come osano! Da queste parti, noi la chiamiamo chiarezza morale.


Larry Derfner è un giornalista israeliano che si occupa di questioni interne e mediorientali; scrive abitualmente sul Jerusalem Post


Original Version: Our exclusive right to self-defense
Traduzione: www.medarabnews.com
24.10.2009
Rapporto Goldstone
Sintesi in italiano del rapporto Goldstone
La sintesi in italiano del rapporto Goldstone sui crimini di guerra israeliani a Gaza è visibile su questo sito:
27.09.2009
CM di calcio -Incontro di qualificazione Svizzera-Israele il 14 ottobre 2009
Cartellino rosso per Israele
Israele viola l’Articolo contro la discriminazione della Federazione mondiale di calcio FIFA.
Berna, 14 settembre 2009 – L’autodichiarata missione della FIFA : „Il calcio come speranza per un mondo migliore“ esige che siano inviati segnali chiari a Israele stato dell’apartheid. Le Organizzazioni signatarie di questo appello chiedono alla FIFA di fischiare Israele fuori gioco e per il CM di mostrare il cartellino rosso.

Contacto Italiano: Enrico Geiler (GSP/ASP) 091-857 38 51;
Durante l’operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza a inizio anno persero la vita tre calciatori palestinesi della nazionale di calcio. Il gruppo locale della squadra nazionale, a causa del blocco israeliano e delle limitazioni agli spostamenti, non può allenarsi sul suolo patrio assieme ai colleghi della Cisgiordania e solo raramente e in condizioni difficili questi giocatori possono partecipare a incontri internazionali. Gli sportivi/e palestinesi subiscono continuamente la discriminazione e la violenza da parte degli israeliani. Essi sono vittime del rifiuto in atto da decenni da parte di Israele di garantire ai Palestinesi i loro diritti, la loro libertà, la loro dignità e la loro integrità fisica e psichica. Questa politica di apartheid viola non solo il diritto internazionale ma pure il divieto di discriminazione della FIFA1 e la Carta olimpica.
L’esclusione del Sudafrica dalla comunità sportiva internazionale, durata fino al 1991, ha contribuito a fermare la separazione razziale, premessa che permette oggi di celebrare lo svolgimento dei Campionati mondiali di calcio in questo paese. Oggi buona educazione, dignità e spirito sportivo tra organizzatori e squadre partecipanti richiedono di applicare le stesse sanzioni a Israele. Numerose Organizzazioni e Personalità della vita pubblica in Israele e nel Mondo2 sperano con noi che una maggiore pressione su Israele lo induca finalmente a rispettare i diritti del Popolo palestinese. Questa è la premessa per la pace.
Chiediamo alla FIFA di applicare i suoi statuti, di inviare una chiara minaccia di esclusione a Israele e di tener fede al suo dichiarato ruolo di portabandiera per un Mondo migliore. Questa dichiarazione rappresenterebbe un’importante vittoria di tappa per i Diritti dell’uomo – come pure per il Popolo palestinese e per la Comunità calcistica internazionale. No all’apartheid!
____________________________
1“Ogni discriminazione di una Nazione (...) o di un gruppo di persone in base all‘origine etnica, al sesso, alla lingua, alla religione (...) è proibita sotto comminatoria di sospensione o di esclusione” (Art. .3 e 13, versione Agosto 09)
2 Informazioni „Boycott-Divest-Sanction“, BDS, sul sito bdsmovement.net/ e bds-info.ch
20.07.2009
Aiutiamo Hussam
Il pompiere palestinese di Gaza Hussam ha perso una gamba durante i bombardamenti israeliani. Con questa azione vogliamo permettergli di riprendere una vita normale.
Ascona, 26 giugno 2009

Hussam è un giovane palestinese di 28 anni che fino al gennaio del 2009 era incorporato nei pompieri di Gaza City. Durante un'operazione di perlustrazione e salvataggio in uno stabile sotto assedio, l’uomo, pur facilmente riconoscibile dagli indumenti di servizio fosforescenti, è stato colpito e seriamente ferito. Trasportato d'urgenza all'ospedale di Gaza le sue condizioni sono subito apparse molto gravi in particolare agli arti inferiori. I medici sono riusciti a salvare la gamba sinistra, ma non quella destra che ha dovuto essere immediatamente amputata. Malgrado questo intervento drastico alla gamba destra sono subentrati un'infezione e un processo necrotico che hanno reso necessari due ulteriori […] amputazioni. Oggi le condizioni di Hussam si sono stabilizzate e il decorso viene giudicato soddisfacente dai medici curanti. Grazie a un intenso programma di fisioterapia a Hussam potrà presto venir applicata una protesi.
La Fondazione Monte Verità si occupa da anni - nell'ambito del Forum Diritti Umani - di inform are, denunciare e discutere conflitti e infrazioni dei diritti fondamentali dell'uomo. Tramite una testimonianza inedita la Fondazione ha voluto aprire un dibattito sul conflitto israelo-palestinese e in particolare sulle conseguenze dell'operazione 'Piombo fuso' a Gaza. Per questo ha commissionato a Gianluca Grossi, giornalista freelance da anni attivo in Medio Oriente, una documentazione video, che ci ha fatto conoscere, ttra gli altri, i l destino infausto di Hussam. A due mesi dal cessate il fuoco Grossi è così tornato con la sua videocamera nella Striscia realizzando "Gaza: liberi di morire", un film amaro, crudo che dà un'idea delle conseguenze umane devastanti e della vita quotidiana a Gaza dopo l'operazione militare. In occasione dell’anteprima del documentario, spontaneamente e su iniziativa del pubblico, è stato lanciato un appello a favore di Hussam. Il progetto ha lo scopo di portare un aiuto concreto a Hussam, figura emblematica e tragica di una guerra che, come sovente accade, ha colpito un gran numero di civili innocenti.
Pur costituito da persone con orientamenti anche molto diversi il gruppo di lavoro si muove al di là di ogni considerazione ideologica o politica su un piano strettamente umanitario, ed è in questa ottica che desideriamo aiutare Hussam ad avere presto una protesi, fondamentale per il suo reinserimento sociale e per una vita futura quanto più normale. Sulla base degli accertamenti medici e logistici fatti negli s corsi mesi il gruppo ha deciso di portare Hussam in Svizzera per circa sei settimane il prossimo mese di agosto. In questo periodo verrà realizzata la protesi per la gamba destra, e l'expompiere seguirà un intenso programma di riabilitazione e fisioterapia. I costi totali per aiutare Hussam ammontano a circa CHF 47'000.-
Come aiutare? I versamenti si possono effettuare direttamente sul conto corrente intestato alla Fondazione Monte Verità no CHF26007641030458C000C presso BancaStato Bellinzona (CCP 65-433- 5) indicando "Hussam" oppure richiedendo una polizza di versamento (tel. +41 (0)91 785 40 40 oppure info@monteverita.org). I contributi versati verranno interamente impiegati a favore di Hussam,delle cure previste e dei costi legati alla sua permanenza in Svizzera. È possibile sostenere il progetto in altro modo: tramite l'organizzazione di serate, con offerte di supporto logistico... Scriveteci o telefonateci Grazie per la collaborazione!
Fondazione Monte Verità
Claudio Rossetti
Direttore e membro del gruppo
“Aiutiamo Hussam”
Maggiori informazioni sul sito www.monteverita.org
07.03.2009
La distruzione dell'agricoltura palestinese
Gli israeliani distruggono sistematicamente le fonti di sussistenza dei palestinesi
Marzo 2009
La distruzione dell’agricoltura palestinese per l'aggressione israeliana
Comunicato stampa dell'Unione degli Agricoltori Palestinesi
Ramallah, Striscia di Gaza
La feroce aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza ha portato alla distruzione di tutti i settori, dall’uomo alle rocce. Questo attacco ha prodotto alla completa distruzione delle infrastrutture nel settore agricolo, alla rimozione delle terre irrigate, allo sradicamento di alberi e danni alle colture e alla demolizione delle serre e delle stalle.
Va osservato che la Striscia di Gaza ha un totale di sette mila ettari di terreni agricoli in grado di produrre tra i 280 ei 300 mila tonnellate di prodotti agricoli ogni anno, un terzo dei quali sono per l'esportazione.
L’Agricoltura prevede lavoro a tempo indeterminato e temporale per oltre 40 mila persone nella Striscia di Gaza, che rappresenta il 12,7% della forza lavoro, e fornisce cibo e sostentamento per un quarto della popolazione.
Dall'imposizione del blocco completo della Striscia di Gaza, l'occupazione ha impedito l'esportazione di merci, compresi i prodotti agricoli, così come l’ingresso di sementi, fertilizzanti e altri fattori di produzione agricoli. Questo ha determinato perdite significative per il settore agricolo, che si stimano in oltre $ 85 milioni di dollari per il periodo compreso tra giugno e fine febbraio 2008.
Secondo il Ministero dell'Agricoltura,la percentuale giornaliera delle perdite, a causa della incapacità di esportazione dei prodotti agricoli, è di 150 mila dollari al giorno. Il che significa che tutte le perdite subite a causa della impossibilità di esportare durante quel mese sono ammontate a 42 milioni di dollari. Circa 25 mila tonnellate di patate e più di diecimila di colture sono state danneggiate e hanno dovuto essere vendute sul mercato locale con il 10% e il 15% inferiori ai prezzi delle esportazioni.
Mentre che gli agricoltori affrontavano le perdite dirette per la vendita dei loro prodotti nei mercati locali, i contadini sono stati colpiti dalle inondazioni di questi prodotti originariamente destinati all'esportazione. Si prevede che la produzione totale nell’ultima stagione sarà tra il 20% e il 30% in meno rispetto a quello precedente, con una perdita stimata di dieci milioni di dollari.
Oltretutto come risultato diretto delle procedure che limitano l'occupazione delle forza lavoro nel settore della pesca, la stima della perdita mensile, per più di tremila lavoratori del settore, è di tre milioni di dollari.
Inoltre ciò che rimaneva del settore agricolo dopo il blocco è stato distrutto dalle guerra feroce portata avanti dalle forze d'occupazione israeliane contro la Striscia di Gaza, che è stata classificata come un genocidio. Un gruppo, dell'Unione Agricoltori Palestinesi nella Striscia di Gaza ,è stato in grado, nonostante le condizioni difficili, di fare un censimento di parte delle perdite, il cui bilancio può aumentare in qualsiasi momento. Le perdite sono state classificate in questo modo:
- Alberi da frutta (agrumi, olive e frutta): 515 ettari.
- Irrigazione: 515 ettari.
- Serre completamente distrutte: 45 ettari.
- Serre completamente distrutte nei terreni agricoli rilasciati (ex insediamenti israeliani): 70 ettari.
- Serre parzialmente distrutte: 22,5 ettari.
- Acquedotti di irrigazione da110 millimetri: 47.500 metri.
- Pozzi d'acqua completamente distrutti: 185.
- Stagni in cemento per raccogliere l'acqua completamente distrutti: 230.
- Coltivazioni di grano rimossi con macchine: 490 ettari.
- Coltivazioni di ortaggi non protetti distrutti: 445 ettari.
- Allevamenti di pollame distrutti: 175, con una media compresa tra 100 e 500 galline ciascuno.
- Allevamento di bovini e ovini completamente distrutti: 285, con una media da 5 a 200 capi.
- Allevamento di conigli completamente distrutti: 85.
- Allevamento di anatre distrutti: 15.
- Serbatoi d'acqua distrutti: 680, con capacità compresa tra 1.000 e 1.500 litri ciascuno.
- Depositi di attrezzi distrutto: 125.
- Vivai distrutti: 16.
- Strade agricole distrutte: 75 km
- Coltivazione di fragole distrutte: 200 ettari.
- Contadini assassinati nelle loro terre: 30 martiri
Pertanto chiediamo alle organizzazioni contadine arabe e straniere in tutto il mondo, ai nostri amici e alle organizzazioni internazionali per lo sviluppo, di raccogliere fondi per aiutare a ricostruire ciò che è stato distrutto dalla guerra israeliana, in particolare nel settore delle infrastrutture del settore agricolo menzionato.
Nell'Unione di agricoltori palestinesi annunciamo ancora lo stato di emergenza, il nostro team in tutti i distretti della Striscia di Gaza ha iniziato a lavorare per documentare e quantificare le perdite che sono in aumento di ora in ora. Nei prossimi giorni ci saranno nuove statistiche raccolte attraverso gruppi di lavoro e volontari nella Striscia di Gaza.
L'Unione Agricoltori palestinese ha aperto un conto bancario per la campagna per la ricostruzione del settore agricolo distrutto.
I dati del nostro conto corrente bancario (in inglese) sono:
Name of the bank: Bank of Palestine Ltd
Address of the bank: Ramallah Branch Ramallah- Gaza, West Bank,
Palestinian Territories
Swift code: PALSPS22
Routing No: 89-458
Name of accountholder: Palestinian Farmers Union
Account number: 0214358 sub account 8 (Euro or dollar)
Address: Ramallah, West Bank,
Code/Place: 00970/the West Bank/ Ramallah
Country: Palestinian Territories
Our USD Correspondent:
Intermediate bank: Swift code CHASUS33
Name of the bank: JPMorgan Chase Bank
Address of the bank: New York,
Code/Place/Country: U.S.A


http://www.forumpalestina.org/news/2009/Marzo09/05-03-09AgricoltoriPalestinesi.htm

29.11.2008
GSP Mitgliederversammlung 2008
Samstag, den 29. November 2008, 17h in Bern
Restaurant Casa d’Italia, Bühlstr. 57, 3012 Bern,
5 Minuten Bahnhof SBB Bern
Traktanden
Begrüssung
1. Wahl des Stimmenzählers
2. Genehmigung der Traktandenliste
3. Genehmigung des Protokolls der letzten GV vom 23.11.2007
4. Präsentation Jahresbericht 2007, Genehmigung
5. Präsentation Jahresrechnung 2007, Revisorenbericht, Genehmigung
6. Präsentation Budget 2009, Genehmigung
7. Wahl Vorstand
8. Anträge Mitglieder, Varia
Anträge der Mitglieder und Anmeldungen bitte bis Sonntag 22. 11.08 per Mail an
info@palaestina.ch. Die Dokumente zur GV liegen im Saal auf.
Nach der Sitzung wird ein Aperitif offeriert, danach gemeinsames Essen auf eigene
Rechnung im Restaurant Casa d’Italia. Info: www.casaitalia.ch
Mit herzlichen Grüssen, für den Vorstand
R. Merk, Sekretär
Bild
13.11.2008
DFAE: Case palestinesi distrutte a Gerusalemme Est
Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) è profondamente preoccupato a causa della distruzione di case appartenenti a famiglie palestinesi a Gerusalemme Est.
Esorta il Governo israeliano a interrompere immediatamente le distruzioni definite “demolizioni amministrative”. Comunicato per i media
27.10.2008
Preghiera con pestaggio
Maltrattamenti dei palestinesi da parte delle guardie di frontiera israeliane
Notte di preghiera
Scritto da Gideon Levy
Domenica 26 Ottobre 2008 17:40
Haaretz, 23 ottobre 2008




Ali Jabarin è solo più un'ombra di quel che era. Dal fermo e dal pestaggio non lavora, dorme poco, soffre spesso di mal di testa, capogiri ed incubi, ed i timpani a pezzi non gli lasciano tregua. Tutto questo per i pugni degli agenti della Polizia di Frontiera, che l'hanno fermatato mentre si recava alla funzione di preghiera per commemorare Laylat al-Qadr, la notte in cui Mohammed ha ricevuto il Corano dal Cielo. Quella notte, sul pellegrino Jabarin - che abita a pochi minuti da Gerusalemme ma che ha il divieto di andarci, anche per le preghiere più sacre - sono piovuti colpi e calci.


Pochi mesi fa, con la mamma ricoverata all'ospedale Makassed, a Gerusalemme Est, Jabarin vi si intrufolava attraverso i tubi fognari che escono dalla sua cittadina. Si toglieva i pantaloni per guadare l'acqua lercia, alta fino al ginocchio, che usciva dall'altra parte della fogna, e si faceva strada verso la città santa. Ora anche questa opzione è finita: Israele ha sigillato la tubatura e chiuso la strada dalla parte vecchia di Beit Hanina, in cui abita, a quella nuova, situata entro i confini della città di Gerusalemme.

Beit Hanina, un sobborgo di Gerusalemme, anche piuttosto prestigioso, è divisa fra la parte vecchia e quella nuova. Quella vecchia è tagliata fuori da Gerusalemme dalla Strada 443, che la separa dalla capitale, dividendo gli abitanti dalla città che era stata il loro centro di vita. Nella parte vecchia di Beit Hanina, come nelle cittadine contigue di Biddu e Beit Iksa, restano vuoti centinaia di appartamenti, abbandonati da chi vi abitava per il muro di separazione e la Strada di apartheid 443, destinata ad israeliani, e soltanto a loro. L'autostrada per Gerusalemme è simile ad un'altra barriera di separazione. Ricordalo, la prossima volta che ci passi: per questa autostrada, Ali Jabarin non può pregare nel luogo per lui sacro.

Jabarin ha 35 anni ed è il padre di due bambine; sua moglie è incinta di due gemelle. Lavora per un'organizzazione caritatevole per orfani a Azzariyeh. Questa settimana, a casa sua, a Beit Hanina, ci ha raccontato la storia di quel che gli è successo, soffermandosi sui dettagli di ogni pugno e di ogni insulto subito.

La mattina del 25 settembre, alla fine del sacro mese di Ramadan, ha telefonato a un amico nella sezione gerosolimitana di Beit Hanina, dicendogli che avrebbe cercato di raggiungerlo, in modo da poter andare su alla moschea di Al Aqsa insieme, per passare la notte in preghiera. Jabarin è andato al posto di blocco di Qalandiya, sperando di essere in grado di arrivare a Gerusalemme. Fin lì, la sua preghiera è stata esaudita. Racconta che c'era una folla di centinaia di palestinesi, riusciti in qualche modo a sfondare il posto di blocco (i soldati lì avevano perso il controllo), e di essersi trovato fra loro. È salito a bordo di un autobus palestinese dirigendosi a casa dell'amico, a Beit Hanina.

Alcuni minuti dopo essere sceso dal bus, mentre camminava verso quella casa, una jeep della Polizia di Frontiera gli si è fermata bruscamente accanto; il guidatore gli ha chiesto la carta di identità. Quella di Jabarin, dei territori, gli proibisce di essere dov'è. Una passante ha gridato all'agente della Polizia di Frontiera: "Cosa volete da lui?" Quello ha risposto con una grandine di imprecazioni, e Jabarin gli ha risposto: "Parla più cortesemente: ti rivolgi a un essere umano". Allora sono cominciati il pestaggio ed i maltrattamenti: agli agenti della Polizia di Frontiera non piace essere rimproverati per come si comportano, in particolar modo da un palestinese.

Dopo aver rifiutato di entrare nella jeep fino a che gli parlavano con sgarbo, Jabarin è stato fisicamente costretto a salire sulla macchina, e portato ad un edificio della Polizia di Frontiera, ad Atarot. È stato condotto giù per alcuni gradini in un ampio spazio in cui erano in stato di fermo circa 70 detenuti palestinesi. Alcuni, come lui, avevano cercato di raggiungere la funzione di preghiera.

Era durante i giorni del digiuno di Ramadan, e i prigionieri non avevano mangiato o bevuto alcunché dalla notte prima. Fra di loro vi erano alcuni bambini e pure alcuni anziani. Su di loro, per tutto il tempo, era puntata una telecamera di sicurezza. Uno degli agenti di Polizia di Frontiera che li sorvegliava li insultava di continuo: "Chiaveremo tua madre, chiaveremo le tue sorelle, vi fotteremo tutti", e così via. Riferendo le parolacce Jabarin, per l'imbarazzo, abbassa la voce.

Ad un certo punto, i prigionieri hanno deciso di ignorare gli insulti, ed uno di loro ha iniziato a leggere ad alta voce da un Corano che portava con sé. L'agente della Polizia di Frontiera gli ha ordinato di tacere, ma quello ha proseguito lo stesso. Insulti e lettura sono andati avanti per circa tre ore, fino a circa le due del pomeriggio. Poi è arrivato un nuovo agente della Polizia di Frontiera, uno che parlava bene l'arabo; anche questo ha iniziato a insultare i prigionieri - in arabo, questa volta. Ha diretto la maggior parte dei suoi insulti al tipo che continuava a leggere versetti dal Corano. Jabarin non ha di nuovo ha potuto star zitto: si è alzato e ha detto qualcosa all'agente della Polizia di Frontiera, sulle parolacce. L'agente è andato da lui; Jabarin ha pensato che gli volesse parlare. Aveva intenzione di dirgli, spiega, che lì c'erano bambini e vecchi, e che non avrebbe dovuto insultarli. Ma, invece di parole, hanno cominciato a volare contro di lui pugni
e calci. I pugni alla testa, i calci allo stomaco.

Per i colpi arrivati sulla faccia e le orecchie, gli sono venute le vertigini; presto è caduto a terra, stordito. Poteva sentire di aver la schiuma alla bocca. Quando ne parla adesso, molti giorni dopo l'incidente, appare molto turbato. A ferirlo, non sono stati solo i colpi e gli insulti, ma anche il fatto che tutto è avvenuto davanti a decine di altri prigionieri, fra cui alcuni bambini e adolescenti. È stato anche un colpo alla sua dignità. Dopo circa 10 minuti ha cercato di mettersi in piedi, ma non ne è stato capace. Aveva le vertigini e la nausea, come se avesse dovuto vomitare. Con le ultime forze che gli restavano è barcollato su per i gradini e ha chiesto agli agenti di Polizia di Frontiera che erano lì di chiamargli un'ambulanza e la polizia. Oltre al trattamento medico, voleva sporgere querela per il pestaggio.

Nessuno gli ha risposto, e gli hanno ordinato di tornare giù alla stanza di detenzione. Racconta che sentiva scoppiare le orecchie dal dolore. Uno degli agenti di Polizia di Frontiera gli ha chiesto chi l'avesse pestato, aggiungendo che, chiunque fosse, non era stato sufficiente: "Avrebbe dovuto ammazzarti". Un uomo in abiti civili, armato di pistola, sopraggiunto nel fratttempo, ha condotto Jabarin nel suo ufficio. Questi racconta di aver sostenuto con lui che non ci si dovrebbe rivolgere ai detenuti in modo così volgare, soprattutto durante il digiuno. Ha anche richiesto di conoscere il nome dell'agente che l'aveva pestato, ma l'uomo in abiti civili non voleva dirgli ne' quel nome, ne' il proprio. L'hanno ricondotto alla stanza di detenzione, dopo avergli promesso l'arrivo di un'ambulanza.

Al posto di un'ambulanza, un uomo in divisa della Polizia di Frontiera, che ha annunciato di essere un medico. Jabarin ha chiesto di vedere la sua tessera di sanitario, ricevendo un rifiuto. L'agente che l'aveva pestato ha asserito: "Mi hai scocciato; il problema è che ti ho picchiato davanti alla telecamera". Jabarin ha risposto di non aver bisogno della telecamera: aveva 70 testimoni. L'agente della Polizia di Frontiera ha chiesto ai detenuti se vi fosse qualcuno che avesse visto il pestaggio e volesse testimoniare, ma nessuno si è alzato. Jabarin ha chiesto chi dei giovani sapesse leggere l'ebraico, e, quando qualcuno si è fatto avanti, gli ha chiesto di leggere il nome dell'agente che l'aveva pestato, scritto in ebraico sul cartellino. Era Raad Malahala, "o qualcosa del genere". Jabarin racconta di essere stato spinto e picchiato ancora, ogni volta che chiedeva un'ambulanza. "Non dirmi di non essere mai stato picchiato", è stato il commento, sorpreso, dell'agente che
lo pestava.

Intorno alle sei e mezza del pomeriggio è arrivato l'ordine di liberare i detenuti. Hanno comandato loro di camminare in fila per uno, scortati da un agente della Polizia di Frontiera, verso il posto di blocco di Qalandiyah. All'ora del rilascio erano stati fermati ancora più illegali, fra cui donne e bambini; la punta, stima Jabarin, è stata di circa 100 detenuti, lì. Dapprima ha rifiutato di andarsene a piedi, continuando a chiedere un'ambulanza, ma la sua richiesta è stata rifiutata. Ha usato il cellulare per telefonare al cugino, Karim Jubran, ricercatore per B'Tselem (un gruppo per i diritti umani) nell'area di Gerusalemme, e gli ha spiegato cosa succedeva. Non molto tempo prima, quando era arrivato il momento di interrompere il digiuno, uno dei detenuti aveva gridato "Allahu Akbar" per indicarne la fine, e, a dire di Jabarin, gli agenti della Polizia di Frontiera avevano pestato pure lui.

Infine si sono diretti a piedi verso il posto di blocco. Jabarin, che poteva a malapena star dritto, si trascinava dietro, incitato da un agente della Polizia di Frontiera. Alla fine è stato caricato su un loro veicolo e portato in auto per il resto della strada, fino al posto di blocco. L'amico di Jabarin, che è un attivista nell'organizzazione per i diritti umani Al-Haq, da lì gli ha dato un passaggio in macchina, accompagnandolo direttamente all'ospedale Sheikh Zayed, a Ramallah. Là gli hanno diagnosticato la rottura dei timpani per il pestaggio. B'Tselem ha registrato la testimonianza di Jabarin, e programma di sporgere presto un reclamo al dipartimento investigativo della Polizia di Israele.

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Un portavoce della Polizia di Frontiera questa settimana ha risposto: "Non siamo a conoscenza di un tale episodio. Alla ricezione del reclamo, compierà un'investigazione il comandante del distretto 'circondario di Gerusalemme'. Allo stesso tempo, presenteremo un reclamo al Dipartimento Investigativo della Polizia, nell'ambito della politica di tolleranza zero per l'uso non autorizzato della forza. Ma prima controlleremo se l'episodio è o no realmente avvenuto".



Testo inglese: http://haaretz.com/hasen/spages/1030950.html

tradotto da Paola Canarutto
20.06.2008
Sogni e speranze della comunità palestinese in Occidente
La comunità palestinese in Occidente confusa tra realtà migrante e drammatico esilio
di Ziad Elayyan
I profughi palestinesi sono i più longevi mai esistiti nella drammatica storia delle guerre. Attualmente ci sono 5'700'000 palestinesi sparsi per il mondo, dispersi anche (in misura molto minore) in Europa, nel Nord e sud America. Ognuno di costoro, pur trovandosi in situazioni diverse, affermerebbe senza esitazione di trovarsi in esilio...eppure come dice Tolstoj a proposito delle famiglie: “quelle felici sono tutte uguali e quelle infelici l’una diversa dall’altra nella loro infelicità”.
All’inizio della seconda metà del secolo scorso, dopo la nascita dello Stato di Israele e l’espulsione in massa della popolazione palestinese verso i paesi arabi limitrofi, in molti palestinesi cresceva un sentimento di sconfitta e di dispersione, e in particolare, cominciava a gravare il peso della moltiplicazione dell’identità. Molti esiliati erano a malapena tollerati nei Paesi arabi che li ospitavano, gli altri in Palestina – sabotata gravemente la loro attività, e non solo quella politica, ma anche didattica, intellettuale e lavorativa (studenti, a volte anche professori, insegnanti, impiegati, tecnici, e tutti quelli che hanno un livello di istruzione più alto) – si trovavano di fronte all’impossibilità di svolgere i propri lavori qualificati. Alla scelta di adattarsi a un lavoro manuale o di emigrare all’estero, una parte preferiva questa seconda possibilità, dando luogo alla fuga di un’importante risorsa umana intellettuale della società palestinese. Piccoli gruppi partivano dalla Palestina e dai Paesi arabi alla volta dell’Europa e di altri continenti alla ricerca di una formazione e specializzazione nelle università del sapere e nei luoghi delle diffuse idee di libertà. Conoscenza e arricchimento per difendere l’identità nazionale e l’idea di esistere nell’attesa del ritorno. Le piccole ondate migratorie della regione (Palestina, Giordania, Siria e Libano), partivano verso le Americhe, il Brasile e in misura minore verso l’Europa. Un prezioso numero di persone era spinto da motivi di ordine sia politico, sia economico al recupero di una normalità perduta. Fra questi vi erano uomini giovani e con forte impulso intellettuale, quasi a sentirsi incaricati di seguire un sogno.

A distanza di cinquant’anni e più dai primi arrivi di studenti (e non studenti) palestinesi in Europa, ci si chiede se si conoscono ricchezze e debolezze di una comunità che appare ai margini dell’agire sociale e impegnata a crearsi un sicuro ancoraggio politico in una così composita e disseminata essenza in tutta l’Europa. Se si chiede cosè che riguarda la comunità palestinese o che non la riguarda dei nostri giorni passati e presenti, nella marea di informazioni e fatti gravi che avvengono in Palestina, ci si accorge che si tende a ridurre la sua presenza all’estero e anche in Italia identificandola spesso e esclusivamente con il conflitto politico militare come fosse una realtà non scindibile; schiacciata dal peso impellente della politica e di una pace tutt’ora irrealizzabile. Molta della caratteristica umana e espressiva di questo popolo e delle sue rappresentative comunità è scarsamente illiminato. Mi rincresce affermare che a dispetto del considerevole spessore politico di una comunità come quella palestinese, nessun’altra seppe crescere (pur nelle diversità dell’esilio, pur se limitatamente al luogo ove si trova a vivere) sino a diventare un compatto gruppo sociale, con tutta la dovuta attenzione a non confondere socialità e politica. Tutti i palestinesi, indipendentemente dal loro status di esiliati, dai differenti strati sociali e nonostante si tratti di una società tanto drammaticamente frammentata, si sentono richiamati e rappresentati da un solo patrimonio storico e culturale. Il fatto di essere sparpagliati in così tanti Paesi ha indubbiamente impedito ai palestinesi di diventare un popolo socialmente omogeneo. Del resto, la popolazione palestinese è stata la prima comunità araba a porsi il problema multietnico formulando proposte così avanzate di uno Stato democratico e laico in Palestina. Questo contribuì non poco a un’istruzione laica e culturalmente ampia delle comunità palestinesi sia nei Paesi arabi sia all’estero, e a valorizzare le ragioni del contatto con gli altri popoli colonizzati dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe. Nonostante tutto, però, la realtà della perdita subita e l’incentrarsi sempre più sulla sua presenza – anche spesso fintamente accantonata – faceva che nascesse nelle comunità palestinesi un senso di separazione dalla società dei Paesi ospitanti. Rapportandosi ad altre comunità, quella palestinese sembra essere “continuamente migrante”. Persino il senso di comunanza fra gli arabo-palestinesi e i loro compatrioti di altre comunità arabe o islamiche, porta il segno marcato di una diversa condizione, fatta della sentita necessità di sopravvivere politicamente. Ancora laddove la normale idea di recarsi a fare visita a cari e famigliari che per tanti migranti è un fatto consueto, oltre che in Palestina, anche in tutto il resto del mondo, l’idea di spostarsi per un palestinese è talmente costosa in termini di rischio e dispendio, che molto spesso è costretto a rinunciare.
Se la scena politica dell’ultimo decennio è stata caratterizzata da violenze inaudite e nello stesso tempo da un’insistente quanto fallimentare richiesta di pace, il timore delle comunità palestinesi all’estero di continuare a esporsi politicamente, poteva contaminare negativamente il loro ruolo. Vi è stato un indispensabile e faticoso cammino nella ricostruzione dell’identità culturale della comunità, che spesso era ritenuta solo alla stregua di un gruppo di persone senza patria e che quindi non poteva che offrire ben pochi scambi culturali. Una ricostruzione che cercava di superare il fallimento del sogno nazionale e sviluppava un pensiero contemporaneo come punto di forza che riacquista modernità: “Ritornare e esistere” al di là di un inossidabile legame fra identità e conflitto che anima ieri e oggi l’intera Palestina. Rivisitava la continuità del pensiero politico senza l’imposizione di modelli estranei, nè di modelli appartenenti a una dogmatica visione, o legata a precise circostanze storiche del passato: adeguarsi a un’epoca attuale, appropriarsi di specificità nuove recuperando perdite di autonomie con idee serie e credibili capaci di avventurarsi nella nuova realtà. Il peso della soggezione ha sempre costretto la comunità all’identificazione con l’arte di lotta politica, che sequestrava la poesia, la danza e il folclore, ridava ai membri della comunità - che osservavamo infuriati per il loro paesaggio non solo lontano ma assente di forme e colori – la voglia di unire a tutto ciò il canto e le bellezze della terra perduta. I palestinesi giovani e meno giovani che vivono senza terra, in una specie di esilio inasprito da un drink dosato di politica, terrore, violenza, equilibri e possibili soluzioni, non hanno smesso di costruirsi lo spirito di una comunità indipendente, proprio mentre era loro strappata la terra da sotto i piedi.
Ogni comunità palestinese manteneva la sua identità su due paralleli molto difficili: il primo è l’improvvisa perdita della propria patria; il secondo riguarda invece l’organizzazione della più adatta vita quotidiana di fronte alle pressioni dei Paesi che li ospitano. Ogni palestinese, in quanto tale, è un “senza Stato”, anche se ha una sorta di cittadinanza o residenza della nazione in cui risiede e alla quale non appartiene.
Esistono palestinesi irakeni e americani, proprio come ci sono quelli giordani, siriani, e della West Bank; il loro numero aumenta in proporzione maggiore di quello di altre popolazioni arabe e degli ebrei israeliani; e come diceva il premio nobel Dario Fo in un suo lavoro teatrale che risale a trent’anni fa : “ne abbiamo ammazzati di palestinesi! Questi continuano a riprodursi come conigli...”.
Mi viene il dubbio che con il crescere delle difficoltà crescano anche i palestinesi. I bambini palestinesi che nascono in luoghi come Roma o New York, continuano a considerarsi “di” Gerusalemme e Ramallah; e anche se prive di significati, queste rivendicazioni arricchiscono le origini della comunità palestinese e la collocano nella logica della storia e della geografia. Nessun altro popolo privato della sua terra può essere paragonato, se non per alcuni aspetti superficiali, ai palestinesi del ventesimo secolo. La maggiorparte è venuta in Europa per studiare, altri, sceglievano spontaneamente di partire dai Paesi-rifugio per un violento bisogno di sentirsi liberi attraverso la finestra aperta dalla civiltà occidentale e confrontarsi sulle nuove idee di libertà e giustizia che l’Occidente a proposito sprigionava. Non sono “migranti” perchè non hanno diritto di ritornare a casa, ma “esiliati” che subiscono anche le altre contraddizioni del migrante. Vivendo così, in uno status di espatriati, e sparsi in tanti Paesi del mondo e lontano dalla loro terra madre, questi uomini costituiscono certamente, secondo le parole di Hannah Arendt, “l’avanguardia del loro popolo”. Ma proprio per la condizione “di essere palestinesi” essi diventano cittadini di serie declassata. I palestinesi probabilmente non arrivano su un motoscafo, ma vivono in uno stato di “permanente migrazione”, incapaci di trasformare un mondo di cui non fanno parte. Hanno dovuto assumersi da soli tutto il peso della sconfitta.
04.06.2008
Palestina, il muro della prigione
Di Ziad Elayyan
L’istruzione negata
La costruzione della barriera di sicurezza ha impedito a molti alunni e insegnanti dell’istituto tecnico industriale palestinese di raggiungere le loro classi, riducendo così la loro presenza di circa due terzi, con conseguente mancanza di insegnanti. I ragazzi- di età compresa tra i sedici e i diciotto anni, ritornati in settembre per un nuovo anno di scuola, hanno scoperto che gli insegnanti, tutti provenienti dalla Cisgiordania, erano scomparsi. Dicevano agli studenti: “speriamo di riaprire domani” e il giorno successivo ripetevano la stessa cosa, racconta il vicepresidente Hussein Nasser, che contribuì a fondare la scuola nel 1965. Il vasto edificio, un reticolato di larghi e bianchi corridoi che conducono alle classi, alla lavanderia, alla sala di preghiera e a una grande mensa, è frequentato da giovani i cui studi coprono specializzazioni diverse, dalla saldatura al management alberghiero. Al piano superiore si trovano le camere, occupate da un piccolo numero di studenti ammessi dopo un esame, ma oggi è quasi vuoto: solo diciassette studenti dormono qui, rispetto ai 120 del passato.
Contemporaneamente alla costruzione del muro di sicurezza che attraversa i territori palestinesi della Cisgiordania, sono sorte infinite restrizioni per i palestinesi che cercavano di attraversarlo. Giacchè la scuola si trova dall’altra parte del muro, nella zona di Gerusalemme Est annessa illegalmente a Israele, molti alunni e insegnanti provenienti dai Territori palestinesi hanno ora bisogno di un permesso per raggiungerla. Ma ci vogliono settimane, a volte mesi per ottenere quel prezioso pezzo di carta blu che permette di passare attraverso la Città santa, sempre che si riesca ad ottenerlo. La scuola ha potuto dare il via alle lezioni solo meno di un anno fa, quando solo il 15% degli insegnanti ha ottenuto il permesso trimestrale! Una volta riaperta la scuola, gli allievi erano diminuiti di circa due terzi, passando da 300 degli anni scorsi agli attuali 105. Ci sono solo 27 studenti provenienti dalla Cisgiordania, rispetto ai 260 di alcuni anni fa. Per rimediare alla mancanza di insegnanti, l’amministrazione ha assunto 22 nuovi professori provenienti da Gerusalemme est, ma ha dovuto concedere loro salari più alti di quelli dei loro colleghi della Cisgiordania, a causa del maggior costo della vita, e questo ha provocato del malcontento.

Esistenze spezzate dal muro

“I miei genitori all’inizio non volevano che venissi qui”, racconta Abdullah, un ragazzino magro di 16 anni proveniente da un villaggio vicino a Nablus, nel nord della Cisgiordania, “Avevano paura, perchè all’inizio dell’anno dovevo attraversare tre checkpoints per arrivare e tre per tornare a casa. Ci mettevo due ore e mezza per raggiungere la scuola”. Ora Abdullah ha un permesso temporaneo e risiede nella scuola per evitare di impiegare più tempo ad attraversare i checkpoints e arrivare in classe. “All’inizio ero da solo”, dice, ammettendo che piangeva e bagnava il letto il primo periodo della sua permanenza. Muatasem, 17 anni di Hebron, ha i capelli neri pettinati all'indietro e una giacca di pelle. “Prima che il muro fosse completato, venivo da Hebron tutti i giorni, mi alzavo alla 5 del mattino e arrivavo alle 8”, dice questo giovane che studia da tapezziere. “Cercavo di saltare al di là del muro, perchè era basso quando lo stavano costruendo, e a volte usavo un falso certificato di residenza a Gerusalemme che mi permetteva di passare”, continua. Pur avendo dei permessi temporanei per entrare a Gerusalemme, la maggior parte dei palestinesi del West Bank non ha però il permesso di restare dopo il tramonto. Con il consenso degli ufficiali israeliani locali, però, gli studenti che risiedono nella scuola possono restare, ma non possono uscire dopo le sette di sera.

Mura su tutto

Non avendo accesso ai servizi sociali locali, se un ragazzo si ammala nel pomeriggio, un insegnante deve ricondurlo illegalmente nella Cisgiordania. “Quando raggiungono il checkpoint, gli dico di scendere dalla macchina e attraversare a piedi, anche se devono camminare a lungo, così non mi metto nei guai. Poi vado a prenderli dall’altra parte”, dice Nasser. La scuola rischia delle grosse multe o addirittura la chiusura se disobbedisce alle condizioni di Israele.
La polizia di confine ha fatto irruzione diverse volte, aggiunge. Israele dichiara che la barriera è vitale per prevenire potenziali attacchi da parte di infiltrati nel paese! E nelle colonie!
Le restrizioni al movimento e l’isolamento causati dal muro, hanno danneggiato visibilmente il sistema dell’istruzione della Cisgiordania. Un recente rapporto, pubblicato dal Ministero dell’Istruzione, afferma che 2'898 studenti dei Governatorati di Jenin, Tulkarm e Qalqilya non sono stati in grado di continuare i loro studi come conseguenza diretta del muro.
Intere città e villaggi e campi profughi sono ridotti a “bantustan” circondati dal muro. Frutto di quattro anni di lavoro dal 2001. Complimenti! Queste esistenze deragliate sono insieme urla e monito, uno sguardo attraverso una piccola breccia nel muro che cerca di trasmettere il dolore e la sofferenza dell’altro e per riconoscere il proprio personale dolore e l’impellente urgenza di intervenire di fronte a un contesto di totale ingiustizia. La Terra Santa è devastata nell’anima, nei paesaggi, nella discrezione di un muro molto alto, nello scorrere lento dell’angoscia, nell’attesa sempre più lunga del tempo della libertà e della pace.

Resistere

Credo che nei giorni e mesi e forse anche negli anni a seguire il muro non crollerà e nulla di propositivo muterà, tranne che la voglia di esistere e di resistere.
Nel circo costituitosi a Ramallah, il direttore afferma che potrebbe insegnare ai suoi studenti a valicare il muro; il suo scopo però non è quello di guardare cosa c’è oltre il muro, ma di far cadere il muro stesso. In maniera del tutto simbolica, infatti, nello spettacolo “Circo dietro il muro” un muro di uomini, allacciati gli uni agli altri, viene attraversato da alcune donne, che insinuano elegantemente i loro corpi attraverso gli spazi vuoti. Questa immagine richiama il grande potenziale delle donne all’interno della società palestinese. Forse più di altri, le donne hanno risentito della lunga occupazione israeliana e della persistente politica di segregazione. Da questa prospettiva l’esperienza artistica non assume solo un valore estetico, ma rappresenta una forma di resistenza.
A vederlo è davvero spaventoso questo muro. Cemento, alto cinque volte un uomo; in altri punti è una barriera fatta di filo spinato, seguito da un fossato, e poi da una recinzione elettrica, una strada a uso militare e di nuovo barriera elettrica, fossato, filo spinato! Così alto, imponente, così grigio....spettrale. Si trova a pochi metri dalle case, dal cortile di una scuola, passa in mezzo ai campi coltivati! Ti fa mancare l’aria, chiude l’orizzonte e ti fa sentire prigioniero. Mi chiedo come faccia la gente a sopportare di vivere in questa grande prigione e cielo aperto. Io, dopo sole due ore, mi sarei sentito nervoso, angosciato, furioso.

Ormai è un triste racconto continuo, sulla vita quotidiana nei territori palestinesi di Cisgiordania e Gaza circondati dal muro, sull’impatto politico sociale e ambientale di una barriera che unita a stati di assedio, coprifuoco e posti di clocco, ha compromesso l’accesso al lavoro, alla scuola, alla salute, alla libertà di movimento della popolazione civile. Le terrificanti immagini del muro scattate da palestinesi ed europei girano per l’Europa e tutto il mondo e nonostante lo stato di assedio totale scoprono la sorprendente capacità dei palestinesi di riorganizzare ogni giorno la vita sotto occupazione; un atto di resistenza pacifica fatta di sopravvivenza quotidiana, di proteste, di ricostruzione e continua speranza che passa attraverso le pietre recuperate dalle case demolite, le brecce nel muro attraverso cui si continuano a mandare i figli a scuola e l’ostinazione nel coltivare i fazzoletti di terra rimasti.

Io che oggi per libera scelta resto ben delimitato solo da questo tavolo grigio pieno di carte e con davanti a me un computer non riesco a paragonare e comprendere la mia egoistica esigenza di libertà rispetto a quella di chi è circondato tutti i giorni da un muro alto cinque volte l’uomo.
Jean-Paul Sartre secondo cui “l’occasione decide da sola: secondo l’occasione, non importa chi, non importa quando, diventerà vittima o boia” ?

16.05.2008
Campagna di Affissione „60 ANNI DI ISRAELE – 60 ANNI DI CACCIATA DEI PALESTINESI
Sosteneteci : questa campagna d'affissioni non è gratuita. Vi ringraziamo per il vostro contributo che potete versare
sul CCP 10-4334-2, Associazione Svizzera-Palestina, riferimento affissioni. Documentazione di stampa
La collaborazione di sei Organizzazioni solidali con la Palestina e di singole persone ha reso possibile l'affissione a livello nazionale dei cartelloni raffigurati qui sopra. Gli affissi saranno esposti durante due settimane a partire dal 7 maggio nelle più importanti città della Svizzera tedesca e romanda. Questa azione vuole attirare l'attenzione sul fatto che la fondazione dello stato di Israele è legata alla cacciata di gran parte della popolazione palestinese. Una pace duratura in Medio Oriente sarà possibile solo quando questa pulizia etnica sarà stata riconosciuta come tale e i diritti dei rifugiati (sanciti per es. dalla risoluzione ONU 194) saranno applicati. La continua politica di espulsione realizzata tra l'altro mediante enormi distruzioni, le confische, l'occupazione, la colonizzazione, l'assedio e la costruzione di muri, deve terminare.
Il fatto che dalla sua fondazione lo stato di Israele conduce una politica di pulizia etnica è provato non solamente da storici palestinesi, ma ora anche da storici israeliani. La prima grande ondata di espulsi-oni ebbe luogo tra il 1947 e il 1949. In seguito la pulizia etnica è continuata nel contesto dell'occupa-zione del 1967.
Il primo Primo ministro di Israele, David Ben Gurion, ha svolto un ruolo determinante nella prepara-zione e nell'esecuzione della pulizia etnica eseguita nell'ambito della nascita dello stato di Israele. L'af-fermazione di Ben Gurion riportata sul cartellone risale all'anno 1938. Essa è la prova, come d'altron-de confermato da altre fonti storiche, che l'idea della cacciata dei palestinesi, risp. la pulizia etnica, era un obiettivo pianificato da tempo.
Noi chiediamo alle Autorità svizzere, a 60 anni da questa pulizia etnica, di riconoscerla ufficialmente e, nel quadro della loro politica estera, di impegnarsi attivamente per i diritti dei profughi, incluso il diritto al ritorno.
Elenco delle Organizzazioni partecipanti :
Giustizia e Pace in Palestina, Berna
Associazione Svizzera-Palestina
Palestina-Solidarietà Regione Basilea
Urgence Palestine Ginevra, Losanna, Neuchâtel

Contatto:
Consigliere nazionale Daniel Vischer, Presidente dell' Associazione Svizzera-Palestina
Mobile: 079 682 43 92
Tobia Schnebli, Collectif Urgence Palestine,
Mobile: 076 392 32 42
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02.04.2008
Beduini in Israele nel 2008
Beduini nel Negev
Il Manifesto , 01.04.2008

Reportage dal Negev
Beduini, gli israeliani delle riserve
Un rapporto fortemente critico di Human Rights Watch
Sono 140.000 i beduini cittadini di Israele e di serie B nonostante molti di loro si arruolino nell'esercito e siano impiegati nei lavori sporchi. «Una situazione penosa»
MICHELE GIORGIO

Era una bella giornata di sole quel 3 marzo 2003, non c'era la cappa di nuvoloni gonfi di sabbia che grava in questi giorni sul deserto del Negev. Ghazi ricorda bene cosa accadde in quell'inizio primavera di 5 anni fa. «Udimmo avvicinarsi lentamente un motore ad elica - racconta sollevando - poi, quando l'aeroplano fu sopra di noi e i nostri campi, una pioggia strana, dall'odore pungente bagnò tutta la zona». Quella mattina su Ghazi e gli altri abitanti di Abda intenti a lavorare la terra arsa dal calore, non scese l'acqua tanto desiderata da chi vive nel deserto e gioisce anche per poche gocce di quel liquido prezioso. «Erano pesticidi o qualcosa di simile - continua Ghazi - e quella doccia inattesa non risparmiò anziani e bambini, molti dei quali poi accusarono problemi respiratori e svenimenti». I più piccoli furono presi dal panico. «Era imminente l'attacco americano all'Iraq - dice Abel Rahman del locale comitato popolare - e i bambini avevano appena ricevuto le maschere antigas dal governo, perciò immaginarono un raid aereo iracheno e si spaventarono molto». Qualcosa di simile accadde anche ad al-Gharir e in altre località ma il fatto non destò l'interesse dei media internazionali e locali, troppo presi dall'avvelenata vigilia dell'invasione anglo-americana dell'Iraq. Le autorità israeliane spiegarono che sulle mappe ufficiali non risultavano insediamenti abitativi in quella zona e che «l'irrorazione» aveva avuto lo scopo di eliminare coltivazioni illegali nelle terre dello Stato. Ma gli «insediamenti abitativi» c'erano, la loro assenza dalle carte un pretesto.
I circa 140mila beduini cittadini di Israele, allora come oggi, in molti casi abitano in località non riconosciute che , il più delle volte, esistevano già prima della fondazione dello Stato ebraico. Sono una quarantina i piccoli villaggi e insediamenti beduini «inesistenti». Sono fatti di povere case costruite con materiali altrettanto poveri, che confermano la discriminazione economica e sociale ai quali sono soggetti i beduini che pure, a differenza degli altri palestinesi con cittadinanza israeliana (1.5 milioni su 7), ogni anno a centinaia (forse più) si arruolano da volontari nelle forze armate dove vengono impiegati in missioni sporche contro i palestinesi e inseriti in unità che operano lungo in confini. Eppure tanta dedizione non basta a renderli cittadini di serie A e ad ottenere giustizia.
Quelli di Abda nel 2003 la giustizia la invocarono, così come avevano fatto nel 1992 quando per 6 mesi tennero issata una tenda di protesta davanti alla sede del governo per chiedere il riconoscimento del villaggio. Ma alla doccia chimica seguì poco dopo la doccia fredda dell'espulsione dalle loro terre. «Ci portarono via all'improvviso - racconta Mansur, che lavora come manovale a Bersheeva - i funzionari del governo ci invitarono, di fatto obbligarono, a lasciare le nostre case e ci spostarono con la forza a 4 chilometri di distanza. Dissero che nelle nostre terre c'erano resti archeologici dei Nabatiyyun (Nabatei) da sfruttare a scopi turistici e, ci assicurarono, che lo Stato avrebbe trovato a tutti noi una sistemazione dignitosa».Invece a distanza di 5 anni nella nuova Abda di dignitoso c'è ben poco. Mancano le infrastrutture, il sistema educativo è carente, l'assistenza sociale inesistente. «Per anni ci hanno esortato ad approfittare di quella che descrivevano come una buona occasione di vivere nelle nuove cittadine che avevano pianificato per noi. Ci parlavano di comodità e di servizi ma si è rivelato tutto un bluff», spiega Khir al Baz, una assistente sociale. Girando le strade dei centri abitati beduini, legali o «abusivi», ci si rende conto della miseria a cui sono condannati i beduini israeliani, inclusi quelli della Galilea che pure si ritengono «fortunati» rispetto a quelli nel Negev. Persino la «riconosciuta» Rahat, con i suoi 40mila abitanti, è un immenso dormitorio, privo fino a poco fa anche dell'ufficio postale. «Quando ero più giovane credevo che arruolandomi nell'esercito avrei risolto tutti miei problemi - spiega Firas, un amico di Ghazi - invece è cambiato ben poco, i benefici sono stati minimi e ho capito rimarrò sempre un cittadino non uguale agli altri».
E' stato Ariel Sharon, l'ex premier israeliano (da oltre due anni e' in stato di coma profondo), ad aver varato i piani per risolvere il «problema beduino». Fu lui che nel 1978 istituì la «polizia verde» incaricata di individuare e rimuovere i campi di tende e le case abusive nel Negev. Piani ribaditi dopo il 2001 quando, divenuto premier, si è deciso a spazzar via i centri abitati non riconosciuti per fare posto a 2-3 nuove città per immigrati ebrei da insediare nel deserto del Negev (1/3 del territorio israeliano). Tutto questo senza tener conto che quelle terre erano abitate da questo popolo nomade che rifiuta di essere chiuso nelle «città di sviluppo».
A denunciare la condizione beduina è stato ieri anche Human Rights Watch che ha presentato a Gerusalemme un lungo e dettagliato rapporto per contestare la linea dello Stato di Israele verso i suoi cittadini beduini. «Questa politica ha messo i beduini in una situazione penosa - ha spiegato Joe Stork, direttore dell'ufficio mediorientale di Hrw -. Lo Stato in molti casi li ha obbligati a lasciare le loro terre per centri abitati in realtà privi di tutto, persino dell'elettricità e dell'acqua». Dagli anni '70 in poi, ha aggiunto, ai beduini sono state demolite migliaia di case con il pretesto della loro «illegalità» e per il fatto che erano situate in aree naturali protette che poi, dopo qualche tempo, sono diventate edificabili per le autorità locali ebraiche. Questo mentre rimangono semivuoti gli oltre 100 piccoli centri abitati ebraici costruiti nel Negev. «Israele è pronto a costruire nuove città nel Negev per i cittadini ebrei ma lo vieta ai suoi cittadini beduini che hanno vissuto e lavorato in quei luoghi per generazioni», commenta Stork.
26.03.2008
Prosperità e stabilità
Gaza e Cisgiordania : i posti peggiori al mondo.
Da « LaRegioneTicino » 26 marzo 2008 , pag. 5, in alto

I « migliori » Paesi
Prosperità e stabilità. Svizzera solo al 17. Posto.

Londra- La Svizzera è solo al 17 esimo rango al mondo in termini di prosperità e stabilitâ, secondo una classifica compilata dagli esperti del Jane’s Information Group che ha analizzato235 Stati e territori prendendo in considerazione le loro strutture politiche, le loro tendenze sociali ed economiche e i rischi per la sicurezza.. Al primo posto figura il Vaticano, ultimi in classifica Gaza e Cisgiordania, preceduti da Somalia e Sudan.
In testa dopo il Vaticano vi sono la Svezia, il Lussemburgo, il principato di Monaco, Gibilterra, San Marino, il Liechtenstein, la Gran Bretagna, e l’olanda.
......
La classifica è stata compilata con un sistema di punti da 0 a 100 in diverse categorie, dalla società all’economia. Il Vaticano ha ottenuto un punteggio medio di 99.
ATS/RED
21.03.2008
Agenzia ebraica
Il governo israeliano ha dissolto l'Agenzia ebraica causa carenza d'immigrati
2008-03-21 08:24
ISRAELE, IMMIGRAZIONE ESAURITA: L'AGENZIA EBRAICA CAMBIA
di Giorgio Raccah

GERUSALEMME - Sessant'anni dopo la costituzione dello stato di Israele e a 85 anni dalla sua nascita, l'Agenzia Ebraica volta pagina e si prepara a chiudere lo storico dipartimento per l'immigrazione degli ebrei e per il loro assorbimento nel Paese. D'ora in poi, pur senza rinunciare alla finalità originaria che fu colonna portante del movimento sionista mondiale, l'accento sarà posto sull'istruzione e sul rafforzamento dell'identità ebraica e dell'ideologia sionista nella Diaspora. "L'Agenzia Ebraica - dice all'ANSA il portavoce, Michael Jankelowitz - è un organo dinamico che si adatta alla realtà". Nella situazione attuale, visto che da diversi anni l'immigrazione è in drastico calo e che nel 2007 è stata di meno di ventimila persone, "non c'é ragione di tenere in vita un dipartimento che annualmente costa cento milioni di dollari" (63 milioni di euro circa). La decisione di eliminare il dipartimento dell'immigrazione, fondendolo con altri, è perciò una conseguenza del calo nel numero di immigranti ebrei, dovuto sia al fatto che due dei tre principali serbatoi di ebrei al mondo - quello dei Paesi di lingua russa e soprattutto dei Paesi arabi - si sono esauriti, sia al carattere ormai individuale e non di massa che ha assunto l'immigrazione in Israele. Il terzo grande serbatoio è quello degli ebrei americani che in gran parte non mostrano interesse a trasferirsi in Israele.

A liquidare la maggior parte degli ebrei dell'altro grande serbatoio, quello in Europa, ci pensarono i nazisti. Il calo dell'immigrazione preoccupa Israele, che deve fare i conti con un tasso di natalità della popolazione ebraica inferiore a quello dei palestinesi e che in prospettiva rischia di fare degli ebrei una minoranza nel Paese (Israele e territori occupati). Tra i palestinesi circola perciò da anni un'amara e celebre battuta: "Copulare per non farsi occupare". Israele (esclusi i Territori) conta attualmente 7,2 milioni di abitanti, il 75% dei quali è costituito da ebrei, cioé intorno ai 5 milioni e mezzo. I palestinesi a Gaza e nei Territori sono già più di 4 milioni, cui si aggiungono quelli residenti in Israele, che sono un altro milione. L'Agenzia Ebraica è un ente finanziato in gran parte dalle comunità ebraiche nel mondo, soprattutto negli Usa. Fu fondata nel 1923 allo scopo di incoraggiare e facilitare l'immigrazione degli ebrei in quella che era allora la Palestina sotto il mandato britannico, funzione che ha poi mantenuto dal 1948 in poi con la nascita dello Stato di Israele.

Nella decisione dell'Agenzia ha contribuito tuttavia, al di là del drastico calo dell'immigrazione, anche una contrazione dei finanziamenti provenienti dalle comunità ebraiche nella Diaspora, e le pressioni degli stessi finanziatori, che preferirebbero donare fondi ad altre istituzioni ebraiche o che vorrebbero invece focalizzare l'Agenzia su questioni educative ebraiche nella Diaspora. I compiti del dipartimento per l'immigrazione e l' assorbimento, stando al piano di ristrutturazione tuttora in fase di definizione, saranno trasferiti agli altri due dipartimenti esistenti: quello per l'istruzione ebraica e sionista all'estero e quello per i programmi di benessere sociale in Israele. "Ma che sia chiaro - afferma Jankelowitz - noi non cessiamo di essere l'indirizzo per tutto quanto concerne l'immigrazione ebraica in Israele". L'Agenzia ebraica ebbe un ruolo rilevante soprattutto nei periodi di forti ondate immigratorie: nei primi cinque anni di vita di Israele, quando quasi un milione di ebrei, in gran parte originari dai Paesi arabi, arrivarono nel Paese; e poi negli anni Novanta quando con la dissoluzione dell'Urss giunsero un milione di ebrei di lingua russa: l'Agenzia afferma di aver aiutato a quel tempo tre milioni di ebrei a emigrare in Israele.

giorgio.raccah@ansa.it
13.12.2007
Svizzera, stai zitta!
L’ambasciatore israeliano a Berna rimprovera alla Svizzera la sua politica di neutralità attiva in Medio Oriente, da lui considerata unilaterale; non gli piace tra l’altro la presa di posizione elvetica in merito all’invasione israeliana in Libano, quando Israele utilizzò le micidiali bombe a grappolo. Se Israele vuole evitare le critiche, rispetti allora i diritti umani, le Convenzioni di Ginevra, le risoluzioni dell’ONU, la posizione della Corte internazionale di giustizia sulla costruzione del muro. Per fortuna in Israele ci sono personalità e organizzazioni come B’tselem, Rabbis for Human Rights, Physicians for Human Rights, Gush Shalom, Ta’ayush, Not in my name eccetera che criticano la politica del governo israeliano e chiedono il rispetto dei diritti umani nei confronti dei palestinesi.

Marco Tognola, Associazione Svizzera – Palestina, Ascona
Preghiera con pestaggio
Maltrattamenti dei pellegrini palestinesi da parte delle guardie di frontiera israeliane
Notte di preghiera
Scritto da Gideon Levy
Domenica 26 Ottobre 2008 17:40
Haaretz, 23 ottobre 2008

Ali Jabarin è solo più un'ombra di quel che era. Dal fermo e dal pestaggio non lavora, dorme poco, soffre spesso di mal di testa, capogiri ed incubi, ed i timpani a pezzi non gli lasciano tregua. Tutto questo per i pugni degli agenti della Polizia di Frontiera, che l'hanno fermatato mentre si recava alla funzione di preghiera per commemorare Laylat al-Qadr, la notte in cui Mohammed ha ricevuto il Corano dal Cielo. Quella notte, sul pellegrino Jabarin - che abita a pochi minuti da Gerusalemme ma che ha il divieto di andarci, anche per le preghiere più sacre - sono piovuti colpi e calci.

Pochi mesi fa, con la mamma ricoverata all'ospedale Makassed, a Gerusalemme Est, Jabarin vi si intrufolava attraverso i tubi fognari che escono dalla sua cittadina. Si toglieva i pantaloni per guadare l'acqua lercia, alta fino al ginocchio, che usciva dall'altra parte della fogna, e si faceva strada verso la città santa. Ora anche questa opzione è finita: Israele ha sigillato la tubatura e chiuso la strada dalla parte vecchia di Beit Hanina, in cui abita, a quella nuova, situata entro i confini della città di Gerusalemme.

Beit Hanina, un sobborgo di Gerusalemme, anche piuttosto prestigioso, è divisa fra la parte vecchia e quella nuova. Quella vecchia è tagliata fuori da Gerusalemme dalla Strada 443, che la separa dalla capitale, dividendo gli abitanti dalla città che era stata il loro centro di vita. Nella parte vecchia di Beit Hanina, come nelle cittadine contigue di Biddu e Beit Iksa, restano vuoti centinaia di appartamenti, abbandonati da chi vi abitava per il muro di separazione e la Strada di apartheid 443, destinata ad israeliani, e soltanto a loro. L'autostrada per Gerusalemme è simile ad un'altra barriera di separazione. Ricordalo, la prossima volta che ci passi: per questa autostrada, Ali Jabarin non può pregare nel luogo per lui sacro.

Jabarin ha 35 anni ed è il padre di due bambine; sua moglie è incinta di due gemelle. Lavora per un'organizzazione caritatevole per orfani a Azzariyeh. Questa settimana, a casa sua, a Beit Hanina, ci ha raccontato la storia di quel che gli è successo, soffermandosi sui dettagli di ogni pugno e di ogni insulto subito.

La mattina del 25 settembre, alla fine del sacro mese di Ramadan, ha telefonato a un amico nella sezione gerosolimitana di Beit Hanina, dicendogli che avrebbe cercato di raggiungerlo, in modo da poter andare su alla moschea di Al Aqsa insieme, per passare la notte in preghiera. Jabarin è andato al posto di blocco di Qalandiya, sperando di essere in grado di arrivare a Gerusalemme. Fin lì, la sua preghiera è stata esaudita. Racconta che c'era una folla di centinaia di palestinesi, riusciti in qualche modo a sfondare il posto di blocco (i soldati lì avevano perso il controllo), e di essersi trovato fra loro. È salito a bordo di un autobus palestinese dirigendosi a casa dell'amico, a Beit Hanina.

Alcuni minuti dopo essere sceso dal bus, mentre camminava verso quella casa, una jeep della Polizia di Frontiera gli si è fermata bruscamente accanto; il guidatore gli ha chiesto la carta di identità. Quella di Jabarin, dei territori, gli proibisce di essere dov'è. Una passante ha gridato all'agente della Polizia di Frontiera: "Cosa volete da lui?" Quello ha risposto con una grandine di imprecazioni, e Jabarin gli ha risposto: "Parla più cortesemente: ti rivolgi a un essere umano". Allora sono cominciati il pestaggio ed i maltrattamenti: agli agenti della Polizia di Frontiera non piace essere rimproverati per come si comportano, in particolar modo da un palestinese.

Dopo aver rifiutato di entrare nella jeep fino a che gli parlavano con sgarbo, Jabarin è stato fisicamente costretto a salire sulla macchina, e portato ad un edificio della Polizia di Frontiera, ad Atarot. È stato condotto giù per alcuni gradini in un ampio spazio in cui erano in stato di fermo circa 70 detenuti palestinesi. Alcuni, come lui, avevano cercato di raggiungere la funzione di preghiera.

Era durante i giorni del digiuno di Ramadan, e i prigionieri non avevano mangiato o bevuto alcunché dalla notte prima. Fra di loro vi erano alcuni bambini e pure alcuni anziani. Su di loro, per tutto il tempo, era puntata una telecamera di sicurezza. Uno degli agenti di Polizia di Frontiera che li sorvegliava li insultava di continuo: "Chiaveremo tua madre, chiaveremo le tue sorelle, vi fotteremo tutti", e così via. Riferendo le parolacce Jabarin, per l'imbarazzo, abbassa la voce.

Ad un certo punto, i prigionieri hanno deciso di ignorare gli insulti, ed uno di loro ha iniziato a leggere ad alta voce da un Corano che portava con sé. L'agente della Polizia di Frontiera gli ha ordinato di tacere, ma quello ha proseguito lo stesso. Insulti e lettura sono andati avanti per circa tre ore, fino a circa le due del pomeriggio. Poi è arrivato un nuovo agente della Polizia di Frontiera, uno che parlava bene l'arabo; anche questo ha iniziato a insultare i prigionieri - in arabo, questa volta. Ha diretto la maggior parte dei suoi insulti al tipo che continuava a leggere versetti dal Corano. Jabarin non ha di nuovo ha potuto star zitto: si è alzato e ha detto qualcosa all'agente della Polizia di Frontiera, sulle parolacce. L'agente è andato da lui; Jabarin ha pensato che gli volesse parlare. Aveva intenzione di dirgli, spiega, che lì c'erano bambini e vecchi, e che non avrebbe dovuto insultarli. Ma, invece di parole, hanno cominciato a volare contro di lui pugni
e calci. I pugni alla testa, i calci allo stomaco.

Per i colpi arrivati sulla faccia e le orecchie, gli sono venute le vertigini; presto è caduto a terra, stordito. Poteva sentire di aver la schiuma alla bocca. Quando ne parla adesso, molti giorni dopo l'incidente, appare molto turbato. A ferirlo, non sono stati solo i colpi e gli insulti, ma anche il fatto che tutto è avvenuto davanti a decine di altri prigionieri, fra cui alcuni bambini e adolescenti. È stato anche un colpo alla sua dignità. Dopo circa 10 minuti ha cercato di mettersi in piedi, ma non ne è stato capace. Aveva le vertigini e la nausea, come se avesse dovuto vomitare. Con le ultime forze che gli restavano è barcollato su per i gradini e ha chiesto agli agenti di Polizia di Frontiera che erano lì di chiamargli un'ambulanza e la polizia. Oltre al trattamento medico, voleva sporgere querela per il pestaggio.

Nessuno gli ha risposto, e gli hanno ordinato di tornare giù alla stanza di detenzione. Racconta che sentiva scoppiare le orecchie dal dolore. Uno degli agenti di Polizia di Frontiera gli ha chiesto chi l'avesse pestato, aggiungendo che, chiunque fosse, non era stato sufficiente: "Avrebbe dovuto ammazzarti". Un uomo in abiti civili, armato di pistola, sopraggiunto nel fratttempo, ha condotto Jabarin nel suo ufficio. Questi racconta di aver sostenuto con lui che non ci si dovrebbe rivolgere ai detenuti in modo così volgare, soprattutto durante il digiuno. Ha anche richiesto di conoscere il nome dell'agente che l'aveva pestato, ma l'uomo in abiti civili non voleva dirgli ne' quel nome, ne' il proprio. L'hanno ricondotto alla stanza di detenzione, dopo avergli promesso l'arrivo di un'ambulanza.

Al posto di un'ambulanza, un uomo in divisa della Polizia di Frontiera, che ha annunciato di essere un medico. Jabarin ha chiesto di vedere la sua tessera di sanitario, ricevendo un rifiuto. L'agente che l'aveva pestato ha asserito: "Mi hai scocciato; il problema è che ti ho picchiato davanti alla telecamera". Jabarin ha risposto di non aver bisogno della telecamera: aveva 70 testimoni. L'agente della Polizia di Frontiera ha chiesto ai detenuti se vi fosse qualcuno che avesse visto il pestaggio e volesse testimoniare, ma nessuno si è alzato. Jabarin ha chiesto chi dei giovani sapesse leggere l'ebraico, e, quando qualcuno si è fatto avanti, gli ha chiesto di leggere il nome dell'agente che l'aveva pestato, scritto in ebraico sul cartellino. Era Raad Malahala, "o qualcosa del genere". Jabarin racconta di essere stato spinto e picchiato ancora, ogni volta che chiedeva un'ambulanza. "Non dirmi di non essere mai stato picchiato", è stato il commento, sorpreso, dell'agente che
lo pestava.

Intorno alle sei e mezza del pomeriggio è arrivato l'ordine di liberare i detenuti. Hanno comandato loro di camminare in fila per uno, scortati da un agente della Polizia di Frontiera, verso il posto di blocco di Qalandiyah. All'ora del rilascio erano stati fermati ancora più illegali, fra cui donne e bambini; la punta, stima Jabarin, è stata di circa 100 detenuti, lì. Dapprima ha rifiutato di andarsene a piedi, continuando a chiedere un'ambulanza, ma la sua richiesta è stata rifiutata. Ha usato il cellulare per telefonare al cugino, Karim Jubran, ricercatore per B'Tselem (un gruppo per i diritti umani) nell'area di Gerusalemme, e gli ha spiegato cosa succedeva. Non molto tempo prima, quando era arrivato il momento di interrompere il digiuno, uno dei detenuti aveva gridato "Allahu Akbar" per indicarne la fine, e, a dire di Jabarin, gli agenti della Polizia di Frontiera avevano pestato pure lui.

Infine si sono diretti a piedi verso il posto di blocco. Jabarin, che poteva a malapena star dritto, si trascinava dietro, incitato da un agente della Polizia di Frontiera. Alla fine è stato caricato su un loro veicolo e portato in auto per il resto della strada, fino al posto di blocco. L'amico di Jabarin, che è un attivista nell'organizzazione per i diritti umani Al-Haq, da lì gli ha dato un passaggio in macchina, accompagnandolo direttamente all'ospedale Sheikh Zayed, a Ramallah. Là gli hanno diagnosticato la rottura dei timpani per il pestaggio. B'Tselem ha registrato la testimonianza di Jabarin, e programma di sporgere presto un reclamo al dipartimento investigativo della Polizia di Israele.

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Un portavoce della Polizia di Frontiera questa settimana ha risposto: "Non siamo a conoscenza di un tale episodio. Alla ricezione del reclamo, compierà un'investigazione il comandante del distretto 'circondario di Gerusalemme'. Allo stesso tempo, presenteremo un reclamo al Dipartimento Investigativo della Polizia, nell'ambito della politica di tolleranza zero per l'uso non autorizzato della forza. Ma prima controlleremo se l'episodio è o no realmente avvenuto".

Testo inglese: http://haaretz.com/hasen/spages/1030950.html

tradotto da Paola Canarutto
13.12.1901
Rapporto sull'acqua in Palestina
Amnsty International ha pubblicato un rapporto sulla gestione dell'acqua in Palestina-Israele da parte delle autorità israeliane
Israele/T.O., rapporto Amnesty: Israele raziona l'acqua ai palestinesi
Comunicati Stampa
Scritto da Amnesty International
Martedì 03 Novembre 2009 11:42
...mantenendo il controllo totale delle risorse idriche comuni e mettendo in atto politiche discriminatorie, concepite per limitare la disponibilita’ di acqua e impedire lo sviluppo di infrastrutture idriche operative nei Territori palestinesi occupati.

‘Israele consente ai palestinesi di accedere solamente a una piccola parte delle risorse idriche comuni, che si trovano per la maggior parte nella Cisgiordania occupata, dove invece gli insediamenti illegali dei coloni ricevono forniture praticamente illimitate. A Gaza il blocco israeliano ha reso peggiore una situazione che era gia’ terribile’ - ha dichiarato Donatella Rovera, ricercatrice di Amnesty International su Israele e i Territori palestinesi occupati.

In un nuovo approfondito rapporto, Amnesty International mostra fino a che punto le politiche e le pratiche israeliane negano ai palestinesi il loro diritto all’accesso all’acqua. Israele utilizza piu’ dell’80 per cento dell’acqua della falda montana, la maggiore riserva idrica del sottosuolo dell’area, e limita l’accesso dei palestinesi al solo 20 per cento. La falda montana e’ l’unica risorsa per i palestinesi della Cisgiordania, mentre e’ solo una delle tante a disposizione d’Israele, che tiene per se’ tutta l’acqua disponibile del fiume Giordano.

Mentre il consumo giornaliero di acqua dei palestinesi raggiunge a malapena i 70 litri a persona, quello degli israeliani e’ superiore a 300 litri, quattro volte di piu’. In alcune aree rurali i palestinesi sopravvivono con solamente 20 litri al giorno, la quantita’ minima raccomandata per uso domestico in situazioni di emergenza. Da 180.000 a 200.000 palestinesi che vivono in comunita’ rurali non hanno accesso all’acqua corrente e l’esercito israeliano spesso impedisce loro anche di raccogliere quella piovana. Al contrario, i coloni israeliani, che vivono in Cisgiordania in violazione del diritto internazionale, hanno fattorie con irrigazioni intensive, giardini ben curati e piscine: 450.000 coloni
israeliani utilizzano la stessa, se non una maggiore quantita’ d’acqua, rispetto a 2.300.000 palestinesi.

Nella Striscia di Gaza, il 90-95 per cento dell’acqua dell’unica risorsa idrica presente, la falda acquifera costiera, e’ contaminato e
inutilizzabile per uso domestico. Inoltre, Israele non permette il trasferimento di acqua della falda acquifera montana della Cisgiordania verso Gaza. I rigorosi divieti, imposti negli ultimi anni da Israele all’ingresso a Gaza di materiali e apparecchiature necessari per lo sviluppo e la riparazione di infrastrutture, hanno causato un ulteriore deterioramento dell’acqua e della situazione sanitaria, che a Gaza ha raggiunto un livello drammatico.

Per far fronte alla carenza d’acqua e alla mancanza di impianti di distribuzione, molti palestinesi sono costretti ad acquistare acqua dalle cisterne mobili, spesso di dubbia qualita’ e a un prezzo maggiore. Altri ricorrono a varie misure per risparmiarla, pericolose per la salute loro e delle loro famiglie e che ostacolano lo sviluppo socio-economico.

‘In oltre 40 anni di occupazione, i divieti imposti da Israele all’accesso all’acqua dei palestinesi hanno impedito lo sviluppo di infrastrutture e di servizi idrici nei Territori palestinesi occupati, negando cosi’ a centinaia di migliaia di persone il diritto di vivere una vita normale, di avere cibo a sufficienza, una casa, la salute e sviluppo economico’ - ha dichiarato Donatella Rovera.

Israele si e’ appropriato di vaste aree delle terre palestinesi ricche di acqua, occupandole e vietando l’accesso ai palestinesi. Ha inoltre imposto un complesso sistema di permessi che i palestinesi devono ottenere dalle forze armate e da altre autorita’ israeliane per portare avanti progetti idrici nei Territori palestinesi occupati. Tali richieste sono spesso rifiutate o subiscono lunghi rinvii. I divieti imposti da Israele al
movimento di persone e beni inaspriscono ulteriormente le difficolta’ che i palestinesi devono affrontare quando cercano di portare a termine progetti idrici e sanitari o anche solo quando vogliono distribuire piccole quantita’ di acqua.

Il fatto che le cisterne siano costrette ad allungare il percorso per evitare i posti di blocco dell’esercito israeliano e le strade vietate ai palestinesi, determina un eccessivo aumento del prezzo dell’acqua. Nelle zone rurali, i contadini palestinesi lottano quotidianamente per procurarsi abbastanza acqua per i loro bisogni primari, in quanto l’esercito israeliano spesso distrugge o confisca le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana destinata all’irrigazione. Invece, nei vicini insediamenti israeliani, gli impianti irrigano i campi sotto il sole di
mezzogiorno, quando buona parte dell’acqua si perde evaporando persino prima di raggiungere il suolo.

In alcuni villaggi palestinesi, poiche’ non hanno accesso all’acqua, i contadini non riescono a coltivare la terra ne’ a produrre piccole quantita’ di cibo per il loro sostentamento o come mangime per gli animali e sono quindi costretti a ridurre la quantita’ dei capi bestiame.

‘L’acqua e’ un bene e un diritto fondamentale ma avere una quantita’ d’acqua anche minima e di cattiva qualita’ e’ diventato un lusso che molti palestinesi possono a malapena permettersi’ - ha commentato Rovera.
‘Israele deve porre fine alle sue politiche discriminatorie, abolire immediatamente tutti i divieti che impone ai palestinesi per l’accesso all’acqua, assumersi la responsabilita’ di affrontare i problemi che ha creato e accordare ai palestinesi un’equa ripartizione delle risorse idriche comuni’.

Ulteriori informazioni: Questo nuovo rapporto fa parte della campagna globale ‘Io pretendo
dignita’’, lanciata da Amnesty International nel maggio di quest’anno per chiedere la fine delle violazioni dei diritti umani che creano e acuiscono la poverta’. La campagna sta mobilitando persone di ogni parte del mondo
per pretendere che i governi e le aziende ascoltino la voce di coloro che vivono in poverta’ e rispettino i loro diritti.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 27 ottobre 2009

Il rapporto Israel/Occupied Palestinian Territories: Demand Dignity:
Troubled waters - Palestinians denied fair access to water e’ disponibile
all’indirizzo:
http://www.amnesty.org/en/news-and-updates/report/israel-rations-palestinians-trickle-water-20091027


Red. Aktualisierung: 03.02.2012 - 16:21
Sender Freies Palästina (Palästinakomitee Stuttgart)
Netzwerk Schweiz für einen gerechten Frieden in Palästina/Israel
Palestine Monitor
KAYAAN
The Palestinian Agricultural Relief Committees
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